Antonet

9 gennaio 2015 § Lascia un commento

Le risate sono immancabili. Ogni volta che mi mostro, ogni mio gesto, ogni mia parola provoca ilarità. Non vedo che bocche aperte nella risata. Sguaiata o composta, sonora o punteggiata di singulti, fa aprire le bocche e mostrare denti più o meno in ordine, fa addirittura rigare i visi di allegre lacrime, a volte. Non importa se il tono delle parole è leggero o grave, se mi muovo con compostezza o mi lascio andare a gesti plateali, se parlo pacatamente, urlo o canto. E la reazione è la stessa qualsiasi sia il mio abbigliamento. Ho provato la tuta rossa oversize, l’abito di lustrini, la giacca a quadri sui pantaloni rossi. E il trucco bianco, o quello luccicante, il viso impastato di biacca a far risaltare le labbra grandi e rosse, l’ombretto scolato dalle lacrime sul fard lunare. Ho perfino provato a rinunciare al naso a pallina rossa o alla chioma di paglia gialla attorno alla pelata. Nulla da fare: qualsiasi aspetto assuma non provoca che l’incomprensibile e frustrante allegria sfrenata di chi mi vede e mi ascolta.
Eppure a volte sono feroce e sadico, uso con cattiveria un enorme martello e colpisco la gente, facendola stramazzare. Oppure faccio la vittima e sono io a cadere sotto i colpi altrui. O ancora incespico e rovino a terra in pose drammatiche, declamo frasi inquietanti e tristi. La tragicità di quei momenti sembra però rinfocolare l’assurda allegria e devo rialzarmi fra voci schiamazzanti e un’ilarità che sembra contagiosa.
E’ una cosa che mi risulta del tutto incomprensibile e non smette mai di stupirmi e di ferirmi. E’ come se fossi un alieno, se parlassi una lingua che non può essere se non travisata, un codice equivocato.
L’unico sollievo è riuscire a farmi ignorare. Così a volte mi travesto: tolgo cerone e parrucca, indosso i ridicoli abiti di scena – un jeans, un maglione o giacca e camicia – e così conciato posso contare sull’indifferenza della gente se mi siedo al bancone di un bar o se semplicemente cammino per strada. Ma, ovviamente, questo travestimento clownesco mi fa apparire ridicolo ai miei stessi occhi: talvolta rido di cuore solo osservandomi nello specchio.
Oppure devo essere io a riuscire a ignorare chi mi osserva, ad accontentarmi dei brevi scambi di battute con chi è più simile a me, del nostro gesticolare enfatico, prima che l’orchestra attacchi la musica trionfale e dissonante che annuncia l’ingresso dei trapezisti.

Vittorie

8 gennaio 2015 § Lascia un commento

Non sento le urla della folla, come sempre. Non sono quelle a incitarmi e a farmi fare strame degli avversari. Viene da dentro, invece, l’impulso a superarmi ogni volta, ad abbreviare a ogni corsa il tempo in cui taglio l’aria, eretto sul carro, apparentemente immobile e quasi indifferente, fino all’arrivo solitario al traguardo. Somiglio alla mia statua, in quei momenti. L’hanno messa a ornare l’ingresso del circo, a dominare il gregge meschino che entra schiamazzando, avido di raccogliere un’ombra o un frammento delle mie immancabili e ormai innumerevoli glorie.
Non è per loro che corro e vinco. Non è per loro che sorpasso imperioso gli altri carri sulle curve, incurante delle disastrose cadute che inevitabilmente provoco. E non è per loro che alzo solennemente la mano quando mi incoronano la fronte madida.
E’ per il genio con cui dialogo da sempre; il violento, incontrollabile genio dei cui scatti e capricci mi nutro.
E’ per lui che adesso – anche se gli avversari sono ormai lontani nella polvere sollevata dai miei cavalli – tiro le redini in un angolo sghembo, forzando i superbi animali quasi a intrecciare i garretti per tagliare la curva paurosa, per rubare ancora degli attimi al tempo degli umani ed entrare nel tempo degli Dei.
La terra secca sollevata dagli zoccoli diventa nebbia fitta, il cuoio dei legacci stringe i muscoli tesi a tenere l’assetto delle gambe, il drappo rosso che mi fascia il collo e mi distingue anche allo sguardo del più lontano spettatore è teso dal vento in una linea orizzontale che dice vittoria.
La palma è già quasi nella mia mano, come pure è già nella testa il boato acclamante degli spalti in delirio, quando un piccolo muscolo della mano cede e le redini si allentano, per un solo istante. Il cavallo che governano, addestrato a cogliere e a reagire al tocco più impercettibile, obbedisce all’involontario segnale. La manovra impossibile che ho messo in atto al solo scopo di salire un gradino di più nella scala del trionfo non tollera neanche la minima imprecisione. L’inezia di accelerazione e il successivo pronto richiamo che il cavallo ha creduto di sentirsi ordinare sbilanciano il corpo in un sussulto. L’equilibrio azzardatissimo ma perfetto che le mie mani avevano costruito manovrando sapientemente le redini finisce in un tonfo disastroso.
Il sole mi acceca quando il carro s’impenna e rovina nella polvere fra spezzoni di ruote, sudore schiumoso, sangue. Un ultimo sforzo mi fa raddrizzare il collo e aprire gli occhi, rivolto al traguardo vicinissimo e al podio del vincitore dal quale non saluterò il mio genio ormai ammutolito.

Sono quello Scorpo che fu celebre gloria del circo acclamante, del breve tuo diletto e plauso, Roma.
Quello che Lachesi malevola, contandone le vittorie, giudicò già vecchio e si prese a ventisette anni.
Marziale, Epigrammi, X, 53

Dopoteatro

28 dicembre 2014 § Lascia un commento

Pur non essendo grasso, quando dopo lo spettacolo tolgo il trucco e guardo l’immagine riflessa nello specchio, non posso evitare che mi tornino in mente le parole lette molto tempo fa in un racconto noir, riguardo al corpo di una vittima tirato fuori dal mare, che aveva l’aspetto di “un clown grottesco, flaccido e grasso, che si fosse tolto il trucco in fretta e malamente”. Non ho mai la pazienza, infatti, di ripulire del tutto il viso dal cerone e gli occhi dal bistro; nelle pieghe della pelle ne restano sottilissime tracce, come delle ragnatele bianche; le palpebre rimangono ombreggiate, dandomi uno sguardo vagamente torbido. Quando accade che mi trascinino fuori dal teatro subito dopo la recita, per una cena o una festa, senza che abbia il tempo di passare da casa e di indugiare sotto una doccia calda che cancelli del tutto – o almeno così immagino – i residui del personaggio che ho rappresentato, avverto come una sorta di imbarazzo nel comportamento degli altri nei miei confronti, un’inquietudine che non posso non attribuire all’ambiguità che quelle tracce di una personalità diversa mi conferiscono, anche se stravolte e quasi inavvertibili. In effetti, a volte mi è capitato di fermarmi ad ascoltare pensieri e sensazioni, in quei frangenti, e ho avuto più di un sospetto che qualche tratto del carattere di questo o quel personaggio mi aderisse ancora addosso, come gli sbaffi del trucco che non ho rimosso. Le volte che ho avuto tempo e voglia di sviluppare questi pensieri, che potrebbero anche sembrare oziosi, sono arrivato a immaginare che ciascuno dei personaggi che ho interpretato nella mia lunga carriera mi abbia lasciato dei piccoli dettagli. E che questi dettagli, sedimentati e sommati insieme, abbiano finito per determinare gran parte della mia identità. Intendiamoci: non ho la presunzione di avere il coraggio assoluto dell’eroe classico, la tragica determinazione di un carattere scespiriano, la sottile arguzie dei ruoli ironici in cui m’è occasionalmente accaduto di immedesimarmi. Ma, specialmente da quando sono un attore abbastanza famoso e richiesto e posso dunque scegliere se accettare o rifiutare le parti che mi propongono, i personaggi che interpreto hanno tutti delle caratteristiche che mi attirano, che avrei voluto avere nella vita reale, e che – lavorando scrupolosamente a entrare nella parte – mi sforzo inconsapevolmente di assorbire, di fare mie. Oppure sono le stesse caratteristiche a soggiogarmi, al di là delle mie intenzioni e della mia volontà; a incrostarsi, discrete ma tenaci, nelle pieghe della mia personalità.
E’ a questo che penso adesso, mentre ceno con la compagnia e con gli amici che abbiamo invitato, dopo essermi spogliato dei panni di un brillante e sfrontato intellettuale d’avanguardia, e mi vedo – io, dubbioso, ombroso e timido per natura – avventurarmi in dichiarazioni nette e inconfutabili; rispondere a tono e con disprezzo non troppo velato alle stupidaggini che qualcuno sempre dice in queste occasioni; corteggiare sfacciatamente – ma con stile, certo – la signora pallida che mi sta seduta accanto e che m’è subito sembrata una sfida attraente alla mia perenne curiosità per le relazioni difficili.
Un mosaico, dunque? Un collage di elementi presi a prestito? Possiedo un grande armadio di abiti di ogni tipo, che posso indossare – al di là dei miei gusti più usuali – in qualsiasi situazione sia opportuno o necessario? E’ forse per questo che talvolta, quando non sono sotto i riflettori, quando non ho un pubblico da coinvolgere, quando la luce del giorno si fa incerta, le troppe parti di questo golem composito che mi pare di essere entrano in tale conflitto da annullarsi a vicenda e da lasciarmi privo di qualsiasi orientamento.

Merely actors

27 dicembre 2014 § Lascia un commento

Quando il sipario si inceppa, nell’aprirsi, mi distraggo un attimo dalla concentrazione tesa del momento e penso che sì, ricordo bene che in questo palcoscenico c’era un difetto nei binari su cui scorre la pesante cortina. La divagazione dura un nulla – le tende superano l’asperità del binario e si aprono del tutto – ma sono preoccupato lo stesso: la carica emotiva indispensabile per iniziare nel modo giusto sembra dispersa, depotenziata da quel banalissimo pensiero.
Le prime battute, lo sanno tutti, sono fondamentali. Non tanto per il pubblico – per il quale anche un inizio sottotono va benissimo, se poi la recitazione va in crescendo di forza – quanto per noi attori, cui sembra che il suono sicuro delle nostre stesse voci valga quanto un applauso a scena aperta nel darci impulso e nel farci entrare completamente nella parte. Parole pronunciate col tono sbagliato o anche solo incerto rischiano di compromettere la necessaria fiducia in noi stessi che deve accompagnarci fino alla fine della recita.
E adesso che tocca a me – non sono il protagonista, ma ho un ruolo importante – le parole della battuta sembrano aggrovigliate nella mente, come fossero scritte di fretta da una mano incerta, che le ha sovrapposte e rese difficili da leggere. Non sono sicuro di un certo avverbio importante, della collocazione di un aggettivo nella frase chiave. Dovrò andare a intuito.
Declamo la prima frase e aspetto la risposta dello sgradevole personaggio interpretato dalla bella collega con la quale, in un tempo lontano che continuo a considerare troppo breve, siamo stati amanti. Nulla. Mi guarda con aria sconcertata, interrogativa. Torno con la mente agli istanti prima e mi rendo conto che ho non è che abbia iniziato male, come temevo, ma che lo sforzo di ricordare parole e tono di voce da usare mi ha fatto confondere il copione di questa serata con quello della piéce della scorsa stagione. Le sprezzanti parole rivolte da Moreno a Imelda non hanno alcun senso, adesso che è Francis ad apostrofare Miriam.
Gli istanti che seguono – per recuperare un passo falso si ha sempre un certo tempo, pur brevissimo, ché il pubblico, anzi, gradisce le pause cariche di tensione – sono per me un vortice di possibili soluzioni che scorrono nella mente come un filmato a velocità doppia del normale. Scarto subito l’idea di ricominciare da capo, di ignorare – e far ignorare – la battuta fuori luogo: nel corso della recita sarebbe pure stato possibile, l’attenzione cala, o comunque un’incongruenza viene percepita dai più come un’ardita trovata dell’autore che non si riesce a cogliere. Ma non all’inizio, quando il personaggio deve presentarsi. Non considero, egualmente, altre soluzioni arzigogolate e decido di affidarmi all’empatia che sempre unisce gli attori di una compagnia, col vantaggio, in questo caso, dell’intimità – seppure ormai antica – che mi lega all’interlocutrice.
Funziona: mi basta uno sguardo, una mezza smorfia e un gesto appena accennato, non percepibili da chi osserva a distanza, per cogliere un velo di sorriso d’intesa sulle labbra della compagna. Che risponde alla battuta impostora con un improvvisato gesto di disappunto e meraviglia. Francis, dice, avevi promesso che non mi avresti più provocata citando quella pièce.
Intanto, il pezzo di copione che era svanito è tornato a dispiegarsi nella mente: con l’abile interpolazione di poche parole collego la nuova situazione al vero inizio del dialogo, che si avvia e procede spedito fino all’entrata dei personaggi della seconda scena e alla nostra uscita.
Dietro le quinte trovo Edda francamente divertita. Negli occhi le scintilla sorpresa e ammirazione, come la sera in cui la portai a vedere l’ansa del fiume che sembrava scorrere all’incontrario. Come hai fatto, mi chiede. Come hai fatto tu. Nella mia frase c’è una lieve intonazione interrogativa, ma è retorica. E molto più un’affermazione, che dice la stessa ammirazione colta nel suo sguardo.

Noir doubles

26 dicembre 2014 § Lascia un commento

Il cielo nero rilascia senza sosta una pioggia fitta. La vedo, obliqua per il vento teso, illuminata dai fari o dalle crude luci, altissime, gialle, della strada costiera. A ogni curva rischio la sbandata: vado veloce, motore imballato, sono in ritardo sull’ora di atterraggio. Appena sceso dall’auto, parcheggiata di slancio, senza quasi rallentare fra le corsie di sosta zeppe, gli spruzzi delle onde invisibili mi frustano la faccia, il giaccone pesante è subito lucido d’acqua. Guadagno il terminal incurante delle enormi pozzanghere; attraverso le porte a vetri vedo il tabellone e prendo atto del piccolo ritardo che mi avvantaggia. Fermo al riparo della tettoia accendo una sigaretta, che bagno con le mani umide. Quando infilo la mano a cercare l’accendino sento nella tasca il peso del revolver portato per il mio ospite.
Il ritardo dura giusto il tempo di fumare, alla terza apertura delle porte scorrevoli lo vedo, il soprabito smilzo che conosco, il cappello fuori moda, gli occhiali cerchiati d’argento sul viso spigoloso. Si avvicina senza una parola, mi interroga con lo sguardo sulla direzione da prendere. Sembra indifferente alla pioggia, come devo apparire anch’io, finché in auto non scuote il cappello fuori dal finestrino e con un gesto stizzito lo getta sul sedile di dietro.
Le prime parole dopo un chilometro percorso fra enormi baffi d’acqua, non meno veloce di prima. Eventuali intoppi o cambiamenti di programma? L’indirizzo dell’albergo, gli accordi per l’indomani, per il ritorno? Rispondo con frasi essenziali, assorto nella guida. Nessun cambiamento, all’albergo penso io a portarti, domani prendi il pullman. Gli passo la pistola, la soppesa, verifica il tamburo, intravvedo scintillare i bossoli. Poi l’arma sparisce nella tasca del soprabito, sorprendentemente senza gonfiarla.
Quando imbocco la deviazione mi guarda con un minimo di sorpresa. Faccio cenno che è tutto previsto, torna a fissare le lame luminose dei fari sull’asfalto bagnato. Quando mi fermo alla piazzola spazzata dal vento la mano corre decisa alla tasca della pistola. Un mio gesto inequivocabile lo rassicura. Esco, gli volto le spalle, metto mano alla cintura ed estraggo la mia arma. Sparo mentre mi volto verso l’auto, senza mirare, contro il finestrino del passeggero.
Riparto, sempre veloce, alla volta della curva sul burrone. Sto per decelerare e accostarmi al guardrail quando sento il colpo. Mi volto a guardarlo e vedo gli occhi a fessura che mi guardano fisso, poi si spengono, privi di espressione. L’emorragia arriva subito, quasi senza dolore; mi toglie forze e lucidità, l’auto sbanda sull’asfalto bagnato, s’impenna sulla recinzione, la supera abbattendola e diventa la nostra doppia sepoltura dopo una rovinosa caduta; la pioggia battente impedisce qualsiasi incendio.
Non avremmo mai saputo che entrambi avevamo ricevuto il medesimo ordine, che ciascuno recitava la parte dell’altro.

Alt

12 dicembre 2014 § Lascia un commento

Vivo su un confine. Parecchi decenni fa, quando il cemento era un affare redditizio, un quartiere residenziale si era fatto spazio fra aree incolte, capannoni industriali, la ferrovia commerciale, magazzini. Nel tempo, il quartiere si è esteso, e c’è una zona in cui le due diverse realtà si compenetrano, si infiltrano a vicenda. Adesso, benché appaia modesto rispetto agli standard delle zone più agiate della città, è ancora dignitoso, ma la mia strada segna il passaggio all’area che invece s’è degradata più rapidamente. A Ovest giardini, grandi edifici discretamente curati, negozi con qualche pretesa di eleganza; a Est bar popolari, garage, case in lento abbandono, un intrico di officine, fabbrichette e negozi dozzinali.
Quando esco la sera per la passeggiata col mio cane attraverso indifferentemente l’una o l’altra zona, a seconda del caso o dell’umore. La scorsa settimana, però, tre individui malvestiti e poco rassicuranti mi hanno sbarrato la strada che costeggia il vecchio gasometro, e mi hanno sbrigativamente costretto a cambiare percorso. Il cane, quella sera, lo portai in una delle aiuole della zona residenziale. E per diverse notti ho fatto lo stesso, finché due tipi in divisa da vigilantes, armi alla cintura, non mi hanno fermato con fredda gentilezza, chiedendomi dove fossi diretto, per poi invitarmi – con la stessa cortesia, ma perentoriamente – a tornare indietro. All’angolo della via del gasometro ho intravisto di nuovo i tre di quell’altra sera, che stavolta imbracciavano dei fucili da caccia. La mia passeggiata era finita lì.
Nel giro di pochi giorni sono poi spuntati sbarramenti e giacche con distintivi sconosciuti addosso ai guardiani delle due zone; a chi si avvicina alle transenne sia i vigilantes ben vestiti, sia i più rozzi guardiani della periferia chiedono ora un lasciapassare. Ho tentato di procurarmene uno, da una parte o dall’altra, ma a quanto pare la mia strada non appartiene a nessuna delle due, così gli improvvisati uffici ospitati dalle roulotte parcheggiate nelle opposte vicinanze non sono stati in grado di rilasciarmi nulla. Sembra comunque che il confine – che via via estende e rafforza sbarramenti e sorveglianza – funzioni solo nelle ore notturne. Già all’alba, transenne e cavalletti di filo spinato restano incustoditi e basta spingerli di lato per passare liberamente.
Mi chiedo però cosa accadrebbe se la divisione si estendesse a tutte le ore del giorno: sarei condannato a vivere nella mia sola strada, rimasta terra di nessuno, o otterrei in deroga un lasciapassare da una delle nuove autorità? E, in questo caso, a quale delle due comunità – dichiaratamente ostili – finirei per fare capo?

Personae

11 dicembre 2014 § Lascia un commento

Le tengo in ordine, allineate su degli scaffali, nella stessa stanza dove un grande armadio ad ante scorrevoli conserva i vestiti appropriati per ciascuna di loro. Sono diverse dozzine, e crescono sempre di numero. In media ne confeziono un paio al mese, e se avessi tenuto tutte quelle ormai fuori moda sarebbero centinaia. Periodicamente, invece, faccio una revisione attenta e – con poche eccezioni – elimino quelle che non penso mi capiterà più di usare. Alcune di quelle più antiche, però, sono troppo legate a dei ricordi importanti per essere destinate alla spazzatura: un paio di grandi scatole di cartone nero sul ripiano più alto dell’armadio fanno loro da deposito, o da sepoltura.
Quelle esposte – ma solo per me e per qualche amico con cui intuisco affinità – le esamino di frequente con attenzione, le spolvero, le ritocco, che siano sempre pronte all’uso. Non è sempre possibile, infatti, prevedere quando possano essere utili o addirittura indispensabili: indossare la maschera sbagliata in un’occasione importante sarebbe ovviamente motivo di serio imbarazzo.
Se le si guarda una a una, sorprende il fatto che quasi nessuna assomigli all’immagine di me che comunemente appare. E’ un fatto naturale: quasi mai indosso una sola maschera alla volta e l’abilità nel costruirle adattabili una all’altra è la più ricercata per i fabbricanti. La sovrapposizione genera un’immagine composita, e le espressioni del viso esaltano ora una ora l’altra di quelle indossate in quel momento, mostrando la compresenza – armoniosa o contraddittoria – delle mie diverse anime, delle diverse anime di tutti.
Ho parlato di fabbricanti, ma in realtà, dopo un po’ di pratica ognuno impara a farsele da sole. Sono molto bravo, in questo; molti mi invidiano, molti sono gelosi. Un fabbricante voleva perfino assumermi in bottega. Ma no, ho declinato gentilmente: faccio un altro lavoro, non ho tempo per creare delle maschere per altri.
Per le mie, invece, ho dedizione. E’ indispensabile averne. Ogni maschera è il frutto di lunghe riflessioni sui contesti e sui propri atteggiamenti, di studio della personalità, della psicologia personale. E poi va modellata, fusa, rifinita, lucidata e dipinta. Un gran lavoro, specie se si pensa che alcune servono solo una o due volte, poi restano immobili e pazienti sullo scaffale anche per anni o per sempre; non capita più che siano utili.
Ne possiedo di molto belle: una ha i lineamenti duri, tagliati quasi geometricamente, come una statua stilizzata; un’altra è abbronzata e sorridente, quasi da attore hollywoodiano; un’altra ancora – che ho indossato solo poche volte – è incorniciata di riccioli. Ma quelle che prediligo davvero sono quelle in cui a caratterizzare l’aspetto sono delle sfumature, la piega delle labbra, una ruga fuggevole sulla fronte, gli occhi appena socchiusi.
Ho detto che quasi nessuna mi assomiglia davvero, ma è una frase impropria, al limite dell’assurdo. E’ ben noto, almeno a me, il fatto che è dalla combinazione dei camuffamenti – di quelli che i più ingenui chiamano così – che risulta la fisionomia pubblica di ciascuno di noi.
Una volta ho provato a guardarmi allo specchio, la sera, senza alcun trucco: i lineamenti erano così sfumati e labili che ne ho avuto forte disagio, forse paura. Ho subito indossato la maschera della solitudine, una delle poche che si usano singolarmente, e sono andato a letto, a luci spente.
Un altro interessante e più complesso esperimento l’ho provato solo di recente: ho fotografato una per una la trentina di maschere che uso in questa epoca della mia vita, poi ho sovrapposto tutte le immagini, cosa che non si fa quasi mai, volta per volta è una sola che stabilisce l’aspetto prevalente di quel momento o di quel giorno. Quando però ho guardato l’immagine finale non ho provato disagio o timore: il viso che mi fissava dalla carta lucida ancora umida era quello in cui mi riconosco davvero ogni giorno.