Antonet

9 gennaio 2015 § Lascia un commento

Le risate sono immancabili. Ogni volta che mi mostro, ogni mio gesto, ogni mia parola provoca ilarità. Non vedo che bocche aperte nella risata. Sguaiata o composta, sonora o punteggiata di singulti, fa aprire le bocche e mostrare denti più o meno in ordine, fa addirittura rigare i visi di allegre lacrime, a volte. Non importa se il tono delle parole è leggero o grave, se mi muovo con compostezza o mi lascio andare a gesti plateali, se parlo pacatamente, urlo o canto. E la reazione è la stessa qualsiasi sia il mio abbigliamento. Ho provato la tuta rossa oversize, l’abito di lustrini, la giacca a quadri sui pantaloni rossi. E il trucco bianco, o quello luccicante, il viso impastato di biacca a far risaltare le labbra grandi e rosse, l’ombretto scolato dalle lacrime sul fard lunare. Ho perfino provato a rinunciare al naso a pallina rossa o alla chioma di paglia gialla attorno alla pelata. Nulla da fare: qualsiasi aspetto assuma non provoca che l’incomprensibile e frustrante allegria sfrenata di chi mi vede e mi ascolta.
Eppure a volte sono feroce e sadico, uso con cattiveria un enorme martello e colpisco la gente, facendola stramazzare. Oppure faccio la vittima e sono io a cadere sotto i colpi altrui. O ancora incespico e rovino a terra in pose drammatiche, declamo frasi inquietanti e tristi. La tragicità di quei momenti sembra però rinfocolare l’assurda allegria e devo rialzarmi fra voci schiamazzanti e un’ilarità che sembra contagiosa.
E’ una cosa che mi risulta del tutto incomprensibile e non smette mai di stupirmi e di ferirmi. E’ come se fossi un alieno, se parlassi una lingua che non può essere se non travisata, un codice equivocato.
L’unico sollievo è riuscire a farmi ignorare. Così a volte mi travesto: tolgo cerone e parrucca, indosso i ridicoli abiti di scena – un jeans, un maglione o giacca e camicia – e così conciato posso contare sull’indifferenza della gente se mi siedo al bancone di un bar o se semplicemente cammino per strada. Ma, ovviamente, questo travestimento clownesco mi fa apparire ridicolo ai miei stessi occhi: talvolta rido di cuore solo osservandomi nello specchio.
Oppure devo essere io a riuscire a ignorare chi mi osserva, ad accontentarmi dei brevi scambi di battute con chi è più simile a me, del nostro gesticolare enfatico, prima che l’orchestra attacchi la musica trionfale e dissonante che annuncia l’ingresso dei trapezisti.

Vittorie

8 gennaio 2015 § Lascia un commento

Non sento le urla della folla, come sempre. Non sono quelle a incitarmi e a farmi fare strame degli avversari. Viene da dentro, invece, l’impulso a superarmi ogni volta, ad abbreviare a ogni corsa il tempo in cui taglio l’aria, eretto sul carro, apparentemente immobile e quasi indifferente, fino all’arrivo solitario al traguardo. Somiglio alla mia statua, in quei momenti. L’hanno messa a ornare l’ingresso del circo, a dominare il gregge meschino che entra schiamazzando, avido di raccogliere un’ombra o un frammento delle mie immancabili e ormai innumerevoli glorie.
Non è per loro che corro e vinco. Non è per loro che sorpasso imperioso gli altri carri sulle curve, incurante delle disastrose cadute che inevitabilmente provoco. E non è per loro che alzo solennemente la mano quando mi incoronano la fronte madida.
E’ per il genio con cui dialogo da sempre; il violento, incontrollabile genio dei cui scatti e capricci mi nutro.
E’ per lui che adesso – anche se gli avversari sono ormai lontani nella polvere sollevata dai miei cavalli – tiro le redini in un angolo sghembo, forzando i superbi animali quasi a intrecciare i garretti per tagliare la curva paurosa, per rubare ancora degli attimi al tempo degli umani ed entrare nel tempo degli Dei.
La terra secca sollevata dagli zoccoli diventa nebbia fitta, il cuoio dei legacci stringe i muscoli tesi a tenere l’assetto delle gambe, il drappo rosso che mi fascia il collo e mi distingue anche allo sguardo del più lontano spettatore è teso dal vento in una linea orizzontale che dice vittoria.
La palma è già quasi nella mia mano, come pure è già nella testa il boato acclamante degli spalti in delirio, quando un piccolo muscolo della mano cede e le redini si allentano, per un solo istante. Il cavallo che governano, addestrato a cogliere e a reagire al tocco più impercettibile, obbedisce all’involontario segnale. La manovra impossibile che ho messo in atto al solo scopo di salire un gradino di più nella scala del trionfo non tollera neanche la minima imprecisione. L’inezia di accelerazione e il successivo pronto richiamo che il cavallo ha creduto di sentirsi ordinare sbilanciano il corpo in un sussulto. L’equilibrio azzardatissimo ma perfetto che le mie mani avevano costruito manovrando sapientemente le redini finisce in un tonfo disastroso.
Il sole mi acceca quando il carro s’impenna e rovina nella polvere fra spezzoni di ruote, sudore schiumoso, sangue. Un ultimo sforzo mi fa raddrizzare il collo e aprire gli occhi, rivolto al traguardo vicinissimo e al podio del vincitore dal quale non saluterò il mio genio ormai ammutolito.

Sono quello Scorpo che fu celebre gloria del circo acclamante, del breve tuo diletto e plauso, Roma.
Quello che Lachesi malevola, contandone le vittorie, giudicò già vecchio e si prese a ventisette anni.
Marziale, Epigrammi, X, 53

Dopoteatro

28 dicembre 2014 § Lascia un commento

Pur non essendo grasso, quando dopo lo spettacolo tolgo il trucco e guardo l’immagine riflessa nello specchio, non posso evitare che mi tornino in mente le parole lette molto tempo fa in un racconto noir, riguardo al corpo di una vittima tirato fuori dal mare, che aveva l’aspetto di “un clown grottesco, flaccido e grasso, che si fosse tolto il trucco in fretta e malamente”. Non ho mai la pazienza, infatti, di ripulire del tutto il viso dal cerone e gli occhi dal bistro; nelle pieghe della pelle ne restano sottilissime tracce, come delle ragnatele bianche; le palpebre rimangono ombreggiate, dandomi uno sguardo vagamente torbido. Quando accade che mi trascinino fuori dal teatro subito dopo la recita, per una cena o una festa, senza che abbia il tempo di passare da casa e di indugiare sotto una doccia calda che cancelli del tutto – o almeno così immagino – i residui del personaggio che ho rappresentato, avverto come una sorta di imbarazzo nel comportamento degli altri nei miei confronti, un’inquietudine che non posso non attribuire all’ambiguità che quelle tracce di una personalità diversa mi conferiscono, anche se stravolte e quasi inavvertibili. In effetti, a volte mi è capitato di fermarmi ad ascoltare pensieri e sensazioni, in quei frangenti, e ho avuto più di un sospetto che qualche tratto del carattere di questo o quel personaggio mi aderisse ancora addosso, come gli sbaffi del trucco che non ho rimosso. Le volte che ho avuto tempo e voglia di sviluppare questi pensieri, che potrebbero anche sembrare oziosi, sono arrivato a immaginare che ciascuno dei personaggi che ho interpretato nella mia lunga carriera mi abbia lasciato dei piccoli dettagli. E che questi dettagli, sedimentati e sommati insieme, abbiano finito per determinare gran parte della mia identità. Intendiamoci: non ho la presunzione di avere il coraggio assoluto dell’eroe classico, la tragica determinazione di un carattere scespiriano, la sottile arguzie dei ruoli ironici in cui m’è occasionalmente accaduto di immedesimarmi. Ma, specialmente da quando sono un attore abbastanza famoso e richiesto e posso dunque scegliere se accettare o rifiutare le parti che mi propongono, i personaggi che interpreto hanno tutti delle caratteristiche che mi attirano, che avrei voluto avere nella vita reale, e che – lavorando scrupolosamente a entrare nella parte – mi sforzo inconsapevolmente di assorbire, di fare mie. Oppure sono le stesse caratteristiche a soggiogarmi, al di là delle mie intenzioni e della mia volontà; a incrostarsi, discrete ma tenaci, nelle pieghe della mia personalità.
E’ a questo che penso adesso, mentre ceno con la compagnia e con gli amici che abbiamo invitato, dopo essermi spogliato dei panni di un brillante e sfrontato intellettuale d’avanguardia, e mi vedo – io, dubbioso, ombroso e timido per natura – avventurarmi in dichiarazioni nette e inconfutabili; rispondere a tono e con disprezzo non troppo velato alle stupidaggini che qualcuno sempre dice in queste occasioni; corteggiare sfacciatamente – ma con stile, certo – la signora pallida che mi sta seduta accanto e che m’è subito sembrata una sfida attraente alla mia perenne curiosità per le relazioni difficili.
Un mosaico, dunque? Un collage di elementi presi a prestito? Possiedo un grande armadio di abiti di ogni tipo, che posso indossare – al di là dei miei gusti più usuali – in qualsiasi situazione sia opportuno o necessario? E’ forse per questo che talvolta, quando non sono sotto i riflettori, quando non ho un pubblico da coinvolgere, quando la luce del giorno si fa incerta, le troppe parti di questo golem composito che mi pare di essere entrano in tale conflitto da annullarsi a vicenda e da lasciarmi privo di qualsiasi orientamento.

Merely actors

27 dicembre 2014 § Lascia un commento

Quando il sipario si inceppa, nell’aprirsi, mi distraggo un attimo dalla concentrazione tesa del momento e penso che sì, ricordo bene che in questo palcoscenico c’era un difetto nei binari su cui scorre la pesante cortina. La divagazione dura un nulla – le tende superano l’asperità del binario e si aprono del tutto – ma sono preoccupato lo stesso: la carica emotiva indispensabile per iniziare nel modo giusto sembra dispersa, depotenziata da quel banalissimo pensiero.
Le prime battute, lo sanno tutti, sono fondamentali. Non tanto per il pubblico – per il quale anche un inizio sottotono va benissimo, se poi la recitazione va in crescendo di forza – quanto per noi attori, cui sembra che il suono sicuro delle nostre stesse voci valga quanto un applauso a scena aperta nel darci impulso e nel farci entrare completamente nella parte. Parole pronunciate col tono sbagliato o anche solo incerto rischiano di compromettere la necessaria fiducia in noi stessi che deve accompagnarci fino alla fine della recita.
E adesso che tocca a me – non sono il protagonista, ma ho un ruolo importante – le parole della battuta sembrano aggrovigliate nella mente, come fossero scritte di fretta da una mano incerta, che le ha sovrapposte e rese difficili da leggere. Non sono sicuro di un certo avverbio importante, della collocazione di un aggettivo nella frase chiave. Dovrò andare a intuito.
Declamo la prima frase e aspetto la risposta dello sgradevole personaggio interpretato dalla bella collega con la quale, in un tempo lontano che continuo a considerare troppo breve, siamo stati amanti. Nulla. Mi guarda con aria sconcertata, interrogativa. Torno con la mente agli istanti prima e mi rendo conto che ho non è che abbia iniziato male, come temevo, ma che lo sforzo di ricordare parole e tono di voce da usare mi ha fatto confondere il copione di questa serata con quello della piéce della scorsa stagione. Le sprezzanti parole rivolte da Moreno a Imelda non hanno alcun senso, adesso che è Francis ad apostrofare Miriam.
Gli istanti che seguono – per recuperare un passo falso si ha sempre un certo tempo, pur brevissimo, ché il pubblico, anzi, gradisce le pause cariche di tensione – sono per me un vortice di possibili soluzioni che scorrono nella mente come un filmato a velocità doppia del normale. Scarto subito l’idea di ricominciare da capo, di ignorare – e far ignorare – la battuta fuori luogo: nel corso della recita sarebbe pure stato possibile, l’attenzione cala, o comunque un’incongruenza viene percepita dai più come un’ardita trovata dell’autore che non si riesce a cogliere. Ma non all’inizio, quando il personaggio deve presentarsi. Non considero, egualmente, altre soluzioni arzigogolate e decido di affidarmi all’empatia che sempre unisce gli attori di una compagnia, col vantaggio, in questo caso, dell’intimità – seppure ormai antica – che mi lega all’interlocutrice.
Funziona: mi basta uno sguardo, una mezza smorfia e un gesto appena accennato, non percepibili da chi osserva a distanza, per cogliere un velo di sorriso d’intesa sulle labbra della compagna. Che risponde alla battuta impostora con un improvvisato gesto di disappunto e meraviglia. Francis, dice, avevi promesso che non mi avresti più provocata citando quella pièce.
Intanto, il pezzo di copione che era svanito è tornato a dispiegarsi nella mente: con l’abile interpolazione di poche parole collego la nuova situazione al vero inizio del dialogo, che si avvia e procede spedito fino all’entrata dei personaggi della seconda scena e alla nostra uscita.
Dietro le quinte trovo Edda francamente divertita. Negli occhi le scintilla sorpresa e ammirazione, come la sera in cui la portai a vedere l’ansa del fiume che sembrava scorrere all’incontrario. Come hai fatto, mi chiede. Come hai fatto tu. Nella mia frase c’è una lieve intonazione interrogativa, ma è retorica. E molto più un’affermazione, che dice la stessa ammirazione colta nel suo sguardo.

Noir doubles

26 dicembre 2014 § Lascia un commento

Il cielo nero rilascia senza sosta una pioggia fitta. La vedo, obliqua per il vento teso, illuminata dai fari o dalle crude luci, altissime, gialle, della strada costiera. A ogni curva rischio la sbandata: vado veloce, motore imballato, sono in ritardo sull’ora di atterraggio. Appena sceso dall’auto, parcheggiata di slancio, senza quasi rallentare fra le corsie di sosta zeppe, gli spruzzi delle onde invisibili mi frustano la faccia, il giaccone pesante è subito lucido d’acqua. Guadagno il terminal incurante delle enormi pozzanghere; attraverso le porte a vetri vedo il tabellone e prendo atto del piccolo ritardo che mi avvantaggia. Fermo al riparo della tettoia accendo una sigaretta, che bagno con le mani umide. Quando infilo la mano a cercare l’accendino sento nella tasca il peso del revolver portato per il mio ospite.
Il ritardo dura giusto il tempo di fumare, alla terza apertura delle porte scorrevoli lo vedo, il soprabito smilzo che conosco, il cappello fuori moda, gli occhiali cerchiati d’argento sul viso spigoloso. Si avvicina senza una parola, mi interroga con lo sguardo sulla direzione da prendere. Sembra indifferente alla pioggia, come devo apparire anch’io, finché in auto non scuote il cappello fuori dal finestrino e con un gesto stizzito lo getta sul sedile di dietro.
Le prime parole dopo un chilometro percorso fra enormi baffi d’acqua, non meno veloce di prima. Eventuali intoppi o cambiamenti di programma? L’indirizzo dell’albergo, gli accordi per l’indomani, per il ritorno? Rispondo con frasi essenziali, assorto nella guida. Nessun cambiamento, all’albergo penso io a portarti, domani prendi il pullman. Gli passo la pistola, la soppesa, verifica il tamburo, intravvedo scintillare i bossoli. Poi l’arma sparisce nella tasca del soprabito, sorprendentemente senza gonfiarla.
Quando imbocco la deviazione mi guarda con un minimo di sorpresa. Faccio cenno che è tutto previsto, torna a fissare le lame luminose dei fari sull’asfalto bagnato. Quando mi fermo alla piazzola spazzata dal vento la mano corre decisa alla tasca della pistola. Un mio gesto inequivocabile lo rassicura. Esco, gli volto le spalle, metto mano alla cintura ed estraggo la mia arma. Sparo mentre mi volto verso l’auto, senza mirare, contro il finestrino del passeggero.
Riparto, sempre veloce, alla volta della curva sul burrone. Sto per decelerare e accostarmi al guardrail quando sento il colpo. Mi volto a guardarlo e vedo gli occhi a fessura che mi guardano fisso, poi si spengono, privi di espressione. L’emorragia arriva subito, quasi senza dolore; mi toglie forze e lucidità, l’auto sbanda sull’asfalto bagnato, s’impenna sulla recinzione, la supera abbattendola e diventa la nostra doppia sepoltura dopo una rovinosa caduta; la pioggia battente impedisce qualsiasi incendio.
Non avremmo mai saputo che entrambi avevamo ricevuto il medesimo ordine, che ciascuno recitava la parte dell’altro.

Alt

12 dicembre 2014 § Lascia un commento

Vivo su un confine. Parecchi decenni fa, quando il cemento era un affare redditizio, un quartiere residenziale si era fatto spazio fra aree incolte, capannoni industriali, la ferrovia commerciale, magazzini. Nel tempo, il quartiere si è esteso, e c’è una zona in cui le due diverse realtà si compenetrano, si infiltrano a vicenda. Adesso, benché appaia modesto rispetto agli standard delle zone più agiate della città, è ancora dignitoso, ma la mia strada segna il passaggio all’area che invece s’è degradata più rapidamente. A Ovest giardini, grandi edifici discretamente curati, negozi con qualche pretesa di eleganza; a Est bar popolari, garage, case in lento abbandono, un intrico di officine, fabbrichette e negozi dozzinali.
Quando esco la sera per la passeggiata col mio cane attraverso indifferentemente l’una o l’altra zona, a seconda del caso o dell’umore. La scorsa settimana, però, tre individui malvestiti e poco rassicuranti mi hanno sbarrato la strada che costeggia il vecchio gasometro, e mi hanno sbrigativamente costretto a cambiare percorso. Il cane, quella sera, lo portai in una delle aiuole della zona residenziale. E per diverse notti ho fatto lo stesso, finché due tipi in divisa da vigilantes, armi alla cintura, non mi hanno fermato con fredda gentilezza, chiedendomi dove fossi diretto, per poi invitarmi – con la stessa cortesia, ma perentoriamente – a tornare indietro. All’angolo della via del gasometro ho intravisto di nuovo i tre di quell’altra sera, che stavolta imbracciavano dei fucili da caccia. La mia passeggiata era finita lì.
Nel giro di pochi giorni sono poi spuntati sbarramenti e giacche con distintivi sconosciuti addosso ai guardiani delle due zone; a chi si avvicina alle transenne sia i vigilantes ben vestiti, sia i più rozzi guardiani della periferia chiedono ora un lasciapassare. Ho tentato di procurarmene uno, da una parte o dall’altra, ma a quanto pare la mia strada non appartiene a nessuna delle due, così gli improvvisati uffici ospitati dalle roulotte parcheggiate nelle opposte vicinanze non sono stati in grado di rilasciarmi nulla. Sembra comunque che il confine – che via via estende e rafforza sbarramenti e sorveglianza – funzioni solo nelle ore notturne. Già all’alba, transenne e cavalletti di filo spinato restano incustoditi e basta spingerli di lato per passare liberamente.
Mi chiedo però cosa accadrebbe se la divisione si estendesse a tutte le ore del giorno: sarei condannato a vivere nella mia sola strada, rimasta terra di nessuno, o otterrei in deroga un lasciapassare da una delle nuove autorità? E, in questo caso, a quale delle due comunità – dichiaratamente ostili – finirei per fare capo?

Personae

11 dicembre 2014 § Lascia un commento

Le tengo in ordine, allineate su degli scaffali, nella stessa stanza dove un grande armadio ad ante scorrevoli conserva i vestiti appropriati per ciascuna di loro. Sono diverse dozzine, e crescono sempre di numero. In media ne confeziono un paio al mese, e se avessi tenuto tutte quelle ormai fuori moda sarebbero centinaia. Periodicamente, invece, faccio una revisione attenta e – con poche eccezioni – elimino quelle che non penso mi capiterà più di usare. Alcune di quelle più antiche, però, sono troppo legate a dei ricordi importanti per essere destinate alla spazzatura: un paio di grandi scatole di cartone nero sul ripiano più alto dell’armadio fanno loro da deposito, o da sepoltura.
Quelle esposte – ma solo per me e per qualche amico con cui intuisco affinità – le esamino di frequente con attenzione, le spolvero, le ritocco, che siano sempre pronte all’uso. Non è sempre possibile, infatti, prevedere quando possano essere utili o addirittura indispensabili: indossare la maschera sbagliata in un’occasione importante sarebbe ovviamente motivo di serio imbarazzo.
Se le si guarda una a una, sorprende il fatto che quasi nessuna assomigli all’immagine di me che comunemente appare. E’ un fatto naturale: quasi mai indosso una sola maschera alla volta e l’abilità nel costruirle adattabili una all’altra è la più ricercata per i fabbricanti. La sovrapposizione genera un’immagine composita, e le espressioni del viso esaltano ora una ora l’altra di quelle indossate in quel momento, mostrando la compresenza – armoniosa o contraddittoria – delle mie diverse anime, delle diverse anime di tutti.
Ho parlato di fabbricanti, ma in realtà, dopo un po’ di pratica ognuno impara a farsele da sole. Sono molto bravo, in questo; molti mi invidiano, molti sono gelosi. Un fabbricante voleva perfino assumermi in bottega. Ma no, ho declinato gentilmente: faccio un altro lavoro, non ho tempo per creare delle maschere per altri.
Per le mie, invece, ho dedizione. E’ indispensabile averne. Ogni maschera è il frutto di lunghe riflessioni sui contesti e sui propri atteggiamenti, di studio della personalità, della psicologia personale. E poi va modellata, fusa, rifinita, lucidata e dipinta. Un gran lavoro, specie se si pensa che alcune servono solo una o due volte, poi restano immobili e pazienti sullo scaffale anche per anni o per sempre; non capita più che siano utili.
Ne possiedo di molto belle: una ha i lineamenti duri, tagliati quasi geometricamente, come una statua stilizzata; un’altra è abbronzata e sorridente, quasi da attore hollywoodiano; un’altra ancora – che ho indossato solo poche volte – è incorniciata di riccioli. Ma quelle che prediligo davvero sono quelle in cui a caratterizzare l’aspetto sono delle sfumature, la piega delle labbra, una ruga fuggevole sulla fronte, gli occhi appena socchiusi.
Ho detto che quasi nessuna mi assomiglia davvero, ma è una frase impropria, al limite dell’assurdo. E’ ben noto, almeno a me, il fatto che è dalla combinazione dei camuffamenti – di quelli che i più ingenui chiamano così – che risulta la fisionomia pubblica di ciascuno di noi.
Una volta ho provato a guardarmi allo specchio, la sera, senza alcun trucco: i lineamenti erano così sfumati e labili che ne ho avuto forte disagio, forse paura. Ho subito indossato la maschera della solitudine, una delle poche che si usano singolarmente, e sono andato a letto, a luci spente.
Un altro interessante e più complesso esperimento l’ho provato solo di recente: ho fotografato una per una la trentina di maschere che uso in questa epoca della mia vita, poi ho sovrapposto tutte le immagini, cosa che non si fa quasi mai, volta per volta è una sola che stabilisce l’aspetto prevalente di quel momento o di quel giorno. Quando però ho guardato l’immagine finale non ho provato disagio o timore: il viso che mi fissava dalla carta lucida ancora umida era quello in cui mi riconosco davvero ogni giorno.

Back to the Rollercoaster

11 dicembre 2014 § Lascia un commento

Questa volta è un Luna Park. Da tempo mi sono affrancato dalla necessità di dedicarmi ai matrimoni, il solo dei generi fotografici che garantisce la sopravvivenza anche ai professionisti più mediocri. Non ero neanche tanto portato, per quel tipo di fotografia. Benché i cromatismi non consueti e le inquadrature abbastanza originali destassero sorpresa interessata, sembra che agli occhi dei clienti violassi inconsapevolmente le regole non scritte del servizio sulla cerimonia per eccellenza. Involontariamente, accadeva sempre che cogliessi sotto il velo una lieve smorfia di disappunto della sposa, un aggrottamento della fronte del giovane sposo sull’altare, un gesto scomposto, un trucco sbavato, una piega di troppo negli abiti. Non erano cose gradite, apparivano sconvenienti o addirittura sospette; spesso dovevo insistere molto per ottenere la retribuzione concordata.
Adesso i miei soggetti sono affini ai miei gusti o alle mie presunzioni artistiche. Quasi per caso, mi sono specializzato in paesaggi urbani e industriali, di un genere particolare: periferie, magazzini e fabbriche abbandonate, aree dismesse. Le immagini che catturavo per pura passione, destinate alla sola visione mia e di qualche amico che condivideva il fascino di quei luoghi tristi erano capitate sotto gli occhi di un redattore attento e di un gallerista non conformista. Un servizio sulla rivista, poi una piccola personale in stile underground mi avevano fatto conoscere negli ambienti giusti, tanto da vendere rapidamente molte delle mie foto d’archivio e da ritrovarmi con molte commissioni, anche di una certa importanza. Di che vivere senza ritrarre veli bianchi e bouquet.
Avevo così fotografato, con crescente successo, architetture popolari rigate dalle scolature della pioggia e dagli spigoli sbrecciati, spianate di stenta vegetazione urbana destinate a parcheggio, centrali elettriche dismesse, immensi gasometri in disuso, case coloniche rimaste isolate fra le fabbriche dell’hinterland, intonaci scoloriti e infissi gonfi d’umido.
Un Luna Park abbandonato, adesso. Grande, come tutti quelli di quell’epoca, che celebrava con la stessa architettura sobriamente solenne e vagamente sinistra gli ingressi dei cimiteri come quelli dei parchi di divertimento. La casa stregata, in rovina – se possibile – ancora più di quando terrorizzava i ragazzi o ospitava dei baci rubati nel buio delle sue stanze; la grande giostra con i cavalli sorridenti nelle gualdrappe cariche d’oro adesso sbiadito; i tanti banconi del tiro a segno, mucchi di palle di pezza e qualche pupazzo premio sventrato; il podio della donna cannone; le molle spezzate dei banchi delle prove di forza; grandi cartelloni di propaganda delle mille meraviglie del posto, penzolanti da aste pericolanti. I paesaggi grotteschi del sorriso o del brivido a buon mercato, fatti di lustrini, di colori ingenuamente sgargianti, di metalli un tempo lucidissimi, di quinte di cartone disegnate con scene di un altro tempo si susseguono in un deserto di detriti, teloni ammuffiti, piante selvatiche e plastiche scolorite.
La parte del parco in riva al lago è la più intricata di rovi e di erbacce malsane. In alcuni punti il terreno, perduto l’asfalto, ha ceduto a una sorta di impaludamento, altrove fitte macchie di canneto occultano i percorsi, o mucchi di navette dalle vernici sbiaditissime sbarrano il passaggio, nella vana attesa di un mezzo che le carichi e le porti via.
Ma è lì che sta il pezzo forte di un tempo: la colossale struttura di un ottovolante riflette sulle acque stagnanti di quell’angolo di lago le ripidissime salite, le curve mozzafiato, i binari a precipizio. Interi tratti della ferrata pendono da altezze impressionanti, la ruggine ha divorato abbondantemente bulloni, putrelle e giunture, tanto da rendere inquietante e sicuramente pericoloso avventurarsi a inquadrare le geometrie curve dei binari, i possenti tralicci di sostegno, i disegni regolari della struttura.
Il gigante senza vita, a distanza, appare però ancora intatto in tutta la sua arditezza. Non si può accedere dall’antica entrata di cartoni monumentali, e il giro che è necessario fare per trovare una delle scalette di servizio rivela prospettive inedite perfino per chi, nel tempo, aveva urlato di divertita paura sfrecciando sull’impressionante percorso o per chi s’era arrampicato su per le gabbie della manutenzione a saldare una giuntura o a saggiare un tratto di binari dall’aspetto poco rassicurante.
E’ proprio ai piedi della scaletta semiaffondata nell’acqua torbida che il signore dal frac rosso e dal cilindro luccicante mi rivolge il suo allegro ed enigmatico saluto: Un giro, Signore? Non perda l’occasione di emozionarsi sulle montagne russe più alte dello Stato! E, più piano, con una punta di sconforto: Siamo aperti solo…
La musica che impovvisamente attacca  mi impedisce di sentire se la frase si conclude con un “per oggi” o con un “per lei”, ma il dubbio mi lascia indifferente, a fronte dello spettacolo che si va rivelando ai miei occhi. Festoni di luci colorate si accendono sui contorni della struttura, ingenue bandierine compaiono a sventolare sulle cime dei tralicci, la cremagliera fra i binari si è avviata con i suoi scatti sordi, la fila di navette, i cui colori sembrano improvvisamente quelli di un tempo, s’è messa in moto, dondolando pigra verso il segnale di partenza.
Accetto l’assurdo avvenimento che sto vivendo senza chiedermi nulla, come è probabilmente giusto o istintivo fare quando si sa che non c’è spiegazione per quel che si vede. Sto al gioco, chiedo il prezzo del biglietto, pago e ottengo un rettangolino di carta fragile, di un verdino scolorito, che mi consente di prendere al volo una delle navette legando l’antiquata cintura di sicurezza e aspettando il sussulto dell’aggancio alla catena che segnala l’inizio della corsa.
La salita, accompagnata dal progressivo affievolirsi della musica da circo che mi saluta festosamente, dura più di quanto immaginassi. La prospettiva del lago cambia, lasciandomi vedere fino alla lontanissima riva opposta, il vento si fa più forte e devo chiudere la giacca per proteggermi durante tutto il tragitto, esasperatamente lento, fino alla gobba che annuncia lo sprofondo. L’attimo in bilico sulla sommità mi sembra lunghissimo e insopportabile, quando mi sporgo a guardare le lame dei binari in pendenza quasi verticale sulle quali ora scivolerò. La vertigine è fortissima, ma mantengo gli occhi aperti, ed è una fortuna. Avviata la folle caduta, fra le geometrie dei tralicci vedo passare in successione la casa delle vacanze dei miei primi anni, l’albero di Natale dell’infanzia con sue le luci gioiose, le scuole dove ho penato e trepidato, la carrozzeria azzurrina e cromata della mia prima auto, il rifugio montano del bacio notturno alla ragazza incontrata sul sentiero – lo zaino più leggero del mio -, il cane festoso che mi accoglieva entusiasta a ogni ritorno, i luoghi struggenti dove avevo indugiato a tentare di catturare sulla pellicola momenti di intensa e rara quanto immotivata serenità.
Il personalissimo filmato si interrompe alla fine della discesa, ma, sapendo che ancora altre mi attendono, tenendomi forte durante la curva parabolica che sembra non finire, tolgo il copriobiettivo alla macchina, la regolo sullo scatto continuo e la fisso accorciando la tracolla all’altezza del petto: anche se mosse e sfocate, conserverò le immagini di quel viaggio impossibile.
Che si ripete – o meglio continua – puntualmente, a ogni precipitevole corsa in discesa, mentre le lentissime salite servono da sollievo per la vertigine dei binari e la meraviglia sgomenta per quelle visioni.
All’ultima curva prima del picco finale le luci però cominciano a spegnersi. Secchi e sinistri rumori suggeriscono cedimenti dei bulloni sotto il peso della navicella, la luce calante rivela di nuovo tratti sconnessi, ringhiere divelte, ruggini e ossidi coloratissimi sul metallo.
A metà dell’interminabile brivido della discesa vedo con chiarezza il tratto mancante dei binari. Breve, ma sufficiente a far deragliare la navicella e a proiettarmi in una caduta che subito immagino fatale. A salvarmi è invece un gigantesco e provvidenziale cespuglio di rovi: impiego quasi un’ora a districarmi, dolorante e insanguinato, e a guadagnare terra. Nel buio che intanto è arrivato, la sagoma dell’ottovolante si disegna indifferente e silenziosa sulla superficie dell’acqua, mostrando tutto l’abbandono che avevo visto al mio arrivo. Le curve dei binari sembrano atteggiate a un sorriso fra il sardonico e l’affettuoso.
Appena tornato a casa, attonito, prima ancora di medicarmi, collego al computer la macchina – miracolosamente salva – e apro una a una le decine di foto scattate in automatico. Nessuna raffigura altro che un rettangolo nero.
Le conservo ancora adesso, quando ormai da tempo il surreale Luna Park è stato definitivamente smantellato e ha lasciato l’immensa area a un centro commerciale spropositato. Le ho stampate e fissate con delle puntine lungo il bordo di uno scaffale; a volte, nei riflessi della carta lucida, mi sembra di intravvedere le ombre di qualcuna delle scene che avevo rivisto cadendo lungo i precipizi di quei binari.

Segnaletica

8 novembre 2014 § Lascia un commento

La stanchezza e la noia si attenuano leggendo sul cartello una distanza ragionevolmente breve dalla mia destinazione. Quarantasette chilometri: calcolo rapidamente che, eventuali intoppi compresi, mi resta poco più di mezz’ora di guida.
Ho appena lasciato l’autostrada, corro fra filari e cascine, il paesaggio piatto che mi è familiare. Non sono di quelli che ricordano ogni curva di una strada già percorsa, ma nulla mi appare inusuale, benché i nomi dei luoghi sbiaditi e uniformi che attraverso non mi si siano mai fissati nella mente.
Sorrido, scettico, leggendo un secondo cartello che dice quarantanove chilometri: la segnaletica non l’aggiornano mai. Quando gli ammodernamenti della strada raddrizzano delle curve o abbreviano il percorso con una bretella, i cartelli coi vecchi chilometraggi non vengono quasi mai sostituiti e il contrasto con le nuove indicazioni diventa come un piccolo rebus per i guidatori.
Qui però si esagera, penso all’incrocio successivo, dove il segnale indica quasi trenta chilometri più di prima. Mi chiedo se per caso abbia imboccato la via sbagliata all’ultima rotonda, ma scarto subito il pensiero: l’unico altro svincolo riportava dritto all’autostrada, mentre il rettilineo che ho davanti è indubbiamente il percorso a me noto.
Mi soccorre un bar subito dopo un’alta macchia di rovi. Mi fermo, ordino al banco e chiedo con indifferenza al barman la distanza dal luogo che devo raggiungere. La riposta arriva insieme al caffè bollente, ma mi raggela. E’ impossibile che dopo mezz’ora abbondante dal cartello dell’uscita restino ancora tre ore di strada. Chiedo i chilometri, mi dice approssimativamente centoquaranta, ma – aggiunge – è una brutta strada, buia, lavori continui, un tratto di curve pericolose per superare un valico dal nome che mi è del tutto ignoto.
Guido per quasi un’ora sulla strada dritta e anonima, è quasi buio quando arrivo alle curve. Veri e propri tornanti, in una successione che non sembra finire. Sono frastornato. So bene che la mia città è in pianura e che non c’è nessuna catena di monti a separarla dal luogo da cui vengo. Il valico dal paesaggio decisamente alpino che vedo nella luce ridotta e avvolto nella nebbia rosata non è al suo posto. Nessun bivio mi ha permesso di verificare la distanza che mi resta da percorrere, finora. Impreco mentalmente contro la mia sprezzante avversione per i navigatori e contro la distrazione di dimenticare la carica del cellulare.
In cima alla lunga salita i fari illuminano una grande targa scrostata che, sotto il nome del passo e l’altitudine, sciorina un lungo elenco di destinazioni, come i tabelloni delle stazioni. Scorro la lista con malcelata inquietudine, cercando fra i nomi mai sentiti quello della mia città. L’inquietudine si trasforma in panico quando, accanto al nome rassicurante che per me significa casa, vedo un numero a quattro cifre, scritto in un giallo malsano.

Lettore

8 novembre 2014 § Lascia un commento

Leggo e rileggo le mie storie. Da anni. La spiegazione immediata che uso darmi per questa attività quasi compulsiva, priva di scopo apparente nella sua infinita ripetizione, è quella che chiunque darebbe, la più evidente e scontata. Narcisismo. E infatti, è un piacere sottile e colpevole che mi percorre seguendo quelle righe ormai più consuete delle stesse pieghe delle mie mani.
Ma se mi fermo a riflettere, se riesco ad andare oltre la tronfia soddisfazione per un intreccio ben costruito, per una sequenza di aggettivi originali, per un periodo abilmente montato, intravvedo il vero motivo per cui torno di continuo a farmi sommergere dalle mie stesse parole. Cerco qualcosa. So che sta lì, negli anfratti della sintassi, nelle svolte improvvise della narrazione; mostra indizi della sua presenza nelle immagini inconsuete che mi sono apparse nella mente e che ho fedelmente descritto. Si suggerisce, gioca a svelarsi appena, per poi scomparire dietro le quinte di una scena che distoglie il mio pensiero col suo fascino artificiale. Cerco una chiave – un grimaldello, meglio – che permetta di aprire l’ingresso a un mondo tanto nascosto quanto potente. Vengono da lì, i personaggi, le scenografie, le minuziose descrizioni di oggetti banali, le trame dal sapore onirico o surreale.
Per mesi dismetto l’abitudine di leggere. Una vaga speranza che il tempo frapposto fra me e quelle storie me le faccia apparire meno consuete e me ne faccia cogliere nuovi, più autentici significati. Non accade. Prigioniero delle metafore, paralizzato dalle ingannevoli ambivalenze delle parole, avverto regolarmente l’incapacità anche solo di immaginare quella chiave. Edifici sconnessi o costruzioni anodine e perfette chiudono l’orizzonte; invenzioni accattivanti sviano l’attenzione; paesaggi piatti o luminosi inducono a perdersi in spazi smisurati; pensieri ambigui dei personaggi mascherano l’identità degli attori. Impenetrabili proprio a causa della loro sorvegliatissima confezione, quelle storie non sono più limpide di un sogno frammentariamente ricordato o reinventato al risveglio.
La mia prosa non è tuttavia consapevolmente costruita a questo scopo: arriva così, impensata, irriflessa, automatica. Lo sbiadimento, il sottrarsi, vengono dallo stesso mondo da cui viene l’impulso a scriverne.
A volte mi sento vicino a rivelazioni tumultuose, a volte rintraccio un filo tenue ma inequivocabile che promette di condurre a ciò che cerco. A volte mi illudo di avere intuito un senso nascosto. E ogni volta è una delusione: le ombre fuggevolmente percepite svaniscono in idee già note e infeconde; i sentieri promettenti si perdono nella sabbia uniforme di deserti vuoti.
Leggere quelle storie ne suggerisce inevitabilmente delle altre. Circolarmente, deposito sul significato di una vicenda un velo che lo confonde o lo riproduce altrettanto oscuramente o rimanda alle velature dell’altra. E’ illusorio pensare che i suggerimenti evocati dalle mie scritture mi spingano a produrne delle altre che ne chiariscano il senso. Molto più probabile, invece, che l’infinito esercizio di inventare mestieri diversi per lo stesso personaggio, di allestire scenari differenti per esprimere la medesima atmosfera, di strutturare percorsi alternativi dello stesso intreccio non sia che un progressivo mascheramento. Digressioni che allontanano da epifanie troppo esplicite, dissolvenze applicate a immagini dalla nitidezza intollerabile.
Affidate a occhi diversi dai miei, sottratte alla solitudine di questi vani tentativi di smorfiarle, le mie storie sembrano acquistare una molteplicità di vite distinte. Nessuna di queste si avvicina alla loro nascosta ispirazione più di quanto non riesca la mia ossessiva rilettura.

Vernice

8 novembre 2014 § Lascia un commento

Per vivere faccio l’imbianchino. Non è stato sempre così, anche se il ricordo di altre occupazioni è lontano, appannato, indistinto al punto da dubitarne. Per chi richiede i miei servizi, sono semplicemente l’artefice di un miglioramento estetico, di una pulizia. In realtà quello che faccio è uccidere il passato.
Entro nelle case, mi faccio condurre nelle stanze da rinnovare, con una rapida occhiata valuto il lavoro; concordato il prezzo, torno al mio furgone e raccolgo gli attrezzi adatti. Alla seconda entrata mi muovo senza aiuto fra corridoi e camere fino al luogo dove devo mettere in atto il mio delitto; ne ho preso possesso, fino alla fine del lavoro sarò io a dettare le regole, chi e quando potrà entrare, se le finestre potranno essere aperte, quando si potranno toccare le pareti.
In genere – e lo preferisco – da quel momento in poi rimango solo. A volte, invece, gli abitanti della casa si affacciano timidamente alla porta, timorosi di calpestare i miei attrezzi, di violare la concentrazione che traspare sul mio viso mentre, assorto, diluisco le vernici con le giuste quantità di solventi. Solo i bambini, irresistibilmente incuriositi, sfidano gli ordini dei genitori e il mio sguardo severo e si avventurano fra i bidoni e i cartoni protettivi, le scale e i rulli. I più audaci arrivano a toccare i pennelli o a intingere furtivi un dito nel secchio dell’intonaco. Inconsapevolmente, in modo diverso, tutti avvertono che si sta celebrando un rito.
Il primo atto riguarda i resti più evidenti di ciò che è stato nella stanza che sto per trasformare. Chiodi, – alcuni arrugginiti – qualche angolo di muffa, annerimenti geometrici dove stavano mobili e quadri. Tenaglie e raschietto ne hanno facilmente ragione; quei fantasmi di oggetti scompaiono in pochi minuti di accurato impegno. Mentre estraggo un chiodo o cancello una riga di sporco ricostruisco con sorprendente precisione l’immagine che decorava la parete o lo stile del mobile che vi stava addossato. L’aspetto e l’atteggiamento dei proprietari mi suggerisce le caratteristiche di quegli oggetti. C’è chi resta estraneo, indifferente alla scomparsa della testimonianza sbiadita di una tela d’autore o di una stampa dozzinale; sono in genere nuovi proprietari della casa, ignari della vita che vi si è svolta prima. Altri guardano con la pena nello sguardo lo svanire della traccia di un dipinto amato e familiare o lo scomparire del segno di una credenza a lungo utilizzata; altri ancora osservano soddisfatti il dileguarsi delle tracce di cose che rimandano a un tempo sgradevole, sofferto. Vedere svanire la muffa nera che a lungo aveva deturpato il soffitto o la sbrecciatura che aveva reso irregolare uno spigolo è per loro come vedere scomparire i sintomi di una triste malattia.
Lo stucco fa la prima magia: dopo che ho accuratamente riempito le crepe e i fori – a volte estraendo un chiodo l’intonaco cede e il buco si allarga in un piccolo sbriciolìo di sabbia e calce – che ho raschiato in profondità le parti infiltrate dall’umido, che ho sapientemente steso un velo di quel materiale docilmente duttile, che è passato il tempo di asciugatura e ho levigato finemente sbavature e sovrappiù, la parete è un mosaico astratto di forme misteriose. Attendere che lo stucco si asciughi mi dà il tempo di osservare il primo risultato della mia opera. Seduto su un bidone, accendo una sigaretta e osservo il palinsesto che ho ottenuto. Solo una parte della mia attenzione è dedicata alla tecnica del lavoro; il resto è rivolto al passato che ho ancora solo approssimativamente mascherato. La nuova forma che i suoi residui hanno assunto non cancella la scena che s’è rappresentata per tanto tempo su quella superficie. La sbiadisce, la deforma, ma non la annienta ancora. Il contorno della credenza continua a segnare il posto dove, festoso, qualcuno ha posato un vaso prezioso o ha aperto ogni giorno un cassetto per prenderne una tovaglia bianca. La linea irregolare della crepa fra l’infisso e il soffitto, pur allargata in una striscia di tenue colore nuovo, continua ad essere l’oggetto dell’osservazione di chi l’ha fissata in silenzio, durante un rimprovero o un litigio.
Poi incarto e sigillo stipiti, prese di corrente e interruttori. Dalla loro disposizione arguisco se si tratta di una camera in cui si è dormito, parlato, fatto l’amore – la simmetria e la distanza delle due prese ai lati della parete suggerisce inequivocabilmente la presenza di un grande letto – oppure di un soggiorno che ha visto discussioni, allegrie, lutti.
Non di rado i segni del rattoppo indicano più vite. Non è poca le gente che per fretta o mancanza di mezzi si insedia in una casa senza rinfrescarne le pareti. Me ne accorgo dall’incongruenza delle righe che segnano i muri: una linea arcuata ricorda la spalliera di un letto imponente, antico, che occultava più in basso il segno di un altro più modesto. I contorni scuri di un grande quadro ne incorniciano altri più piccoli, probabilmente un’esposizione di foto di famiglia.
La prima mano di vernice è come uno strato di nebbia che fa sbiadire ogni cosa ma non la nasconde del tutto. Il passato inizia a morire. Qui la mia opera si fa più faticosa e brutale: se la stanza era stata dipinta con colori vivaci – la cameretta di un bambino, un salotto dai toni ormai fuori moda – rulli e pennelli vanno passati più e più volte. Stessa cosa nelle stanze di fumatori accaniti, dove l’ombra giallastra che macchia ogni cosa resiste misteriosamente più di qualsiasi antico colore, anche intenso. Le mie pennellate fanno dimenticare i tormenti e le ansie delle sigarette fumate a ripetizione, così come le tinte azzurrine o verde acqua, sbiadite e macchiate, di un gusto ormai trascorso.
Raramente mi si chiede di usare altro colore che il bianco. Spatolati alla moda, tinte a spruzzo, vernici dai colori accesi sono arditezze di pochi e richiedono mani più raffinate delle mie, abilità meno umili di quella che metto in campo per la semplice cancellazione di ciò che è stato.
Ma anche io ho le mie raffinatezze: consiglio giudiziosamente di evitare il bianco puro, sul quale il minimo segno o graffio accidentale spiccherebbe come una ferita. Ottenuto l’assenso, apro con cautela le boccette più piccole e mescolo metodicamente gocce di bruno o di grigio nel bidone della vernice neutra. La lieve sfumatura rende la vernice più resistente alle ingiurie inevitabili del quotidiano, ma aiuta anche a mascherare le più persistenti tracce di quello che era prima.
Ripeto molte volte il rito del rullo e dell’asciugatura; quando valuto che il lavoro è compiuto, intimo il divieto di entrare nella stanza per molte ore, a evitare involontari sfregamenti o capricciose ditate di bimbi sulle superfici adesso immacolate; raccolgo i miei strumenti, pulisco alla meglio qualche traccia di vernice sul pavimento – basterà una bella pulizia con acqua e straccio, poi: le vernici restano solubili per un certo tempo – saluto e vado via.
Il giorno successivo torno a rifinire. Non ho più un bagaglio ingombrante di rulli e bidoni, mi bastano una lattina di vernice e i pennelli più piccoli; al più, ancora dello stucco e della carta vetrata. Rimuovo i nastri di carta adesiva che hanno definito i contorni degli oggetti da proteggere, verifico l’uniformità delle superfici con la mano aperta che scivola a saggiare consistenze e rugosità. Osservo con attenzione la parete con luci diverse, a cogliere l’ombra di una piccola gobba, una bolla, uno sbaffo solidificato di vernice eccessiva, una sbavatura. Intervengo e sistemo le imperfezioni.
Guardo di nuovo le pareti. Per quanto l’abbia definito umile, il mio lavoro è apprezzato e stimato. Forse potrei perfino fare dei prezzi meno modesti. Ma, pur con tutta la mia perizia, con tutto il mio scrupolo, l’ombra diafana del passato non scompare mai del tutto. Ho detto che lo uccido, il passato. Ma è un delitto imperfetto. Lievissimi avvallamenti rimangono a testimoniare l’incapacità dello stucco rappreso di riempire del tutto le crepe, impercettibili sfumature di luce svelano qui e lì un chiodo maldestramente piantato molti anni prima, una tenuissima macchia più scura traspare ancora, confondendosi con l’ombra degli spigoli.
Spesso mi assale il pensiero che questi immancabili residui, queste pallide persistenze, non siano inevitabili e tenaci permanenze di un tempo che resiste alla scomparsa, ma il frutto di una mia inconsapevole volontà, l’effetto di qualcosa che si avvicina alla pietà.

Focus

8 novembre 2014 § Lascia un commento

E’ di lunedì che in genere mi rendo conto di vivere in un mondo rappezzato. A volte accade anche in altri giorni, certo, ma è la luce affannosa del mattino che segue alla pigrizia silenziosa della domenica a rivelare meglio i marciapiedi sbrecciati, le auto rugginose e ammaccate, i rigagnoli ai bordi delle strade, le facciate scrostate, i pali sghembi, le frettolose medicazioni dell’asfalto.
Oggi mi hanno colpito un’auto che mostra con indifferenza uno sportello sfacciatamente sostituito con uno di un altro colore, una ringhiera rammendata con del nastro di plastica, una basola spezzata dove una piantina grigiastra e tenace ha messo radici nella fenditura. E’ un inventario che potrebbe continuare all’infinito, se mi fermassi ad osservare e annotare tutti i guasti trascurati, le riparazioni provvisorie invecchiate negli anni, le sporcizie ammucchiate alla meglio negli angoli, le crepe e le fenditure nei muri, gli scoli anneriti sulle facciate.
Il tempo logora, è vero, e la città non è giovane. Ma ciò che la luce del lunedì mostra impietosamente è l’indifferenza per i segni del logorio. Non sono un fanatico del lifting e della chirurgia estetica, una ruga o un muscolo rilassato rendono ai miei occhi un viso più interessante della incosciente fierezza di quelli più giovani e freschi. Quello che mi turba è l’incuria, l’inconsapevolezza della pena che l’accumulo di toppe e rammendi rimanda quando gli occhi non possono che posarsi sullo squallore.
Di mestiere faccio il fotografo. Poco portato per i ritratti e per le foto di moda, mi sono specializzato in paesaggi e dettagli di oggetti inanimati. Istintivamente, nel tempo, sono andato sempre più spesso verso la scelta di soggetti desolati: scorci di periferia, edifici abbandonati, campi di erbacce e detriti.
Probabilmente è stato un tentativo di esorcizzare un disagio sottile, avvertito solo in maniera vaga. O forse tentavo di attribuire una qualche nobiltà alle imperfezioni. A lungo, i soggetti delle mie foto mi hanno affascinato; inquadrare uno spigolo sbrecciato, una buca sulla strada divenuta pozzanghera fangosa, una recinzione sfondata, aspettando la luce giusta per cogliere un profilo, un riflesso, mi faceva l’effetto di una buona azione. Soddisfazione per aver restituito dignità a un oggetto trascurato, facendone il protagonista di un’immagine.
Qualche tempo fa, una rivista mi ha chiesto una selezione delle mie foto per un servizio dedicato. Forse per la prima volta ho scorso quasi per intero il mio archivio e la sequenza interminabile di intrecci di travi logore, pali spezzati, vetrate incrinate, intonaci macchiati, solo a tratti interrotta da paesaggi ariosi ma solitari, mi ha messo davanti alle quinte tra le quali recito la mia vita ogni giorno. Ho aperto la cartella delle foto inedite, quelle per le quali non ho mai trovato una collocazione adatta. Sono tutte scattate in luoghi lontani, diversi da quello dove vivo e lavoro. Lo stile è simile a quello delle altre: dettagli, spazi vuoti, forme quasi astratte. Ma le linee sono sottili e rigorose, i colori uniformi, le simmetrie – e le asimmetrie – armoniose.
Le immagini che ho accumulato in anni e anni di professione sembrano appartenere a due mondi diversi. Non è un caso, tuttavia, che le geometrie astratte e le forme levigate non abbiano mai trovato spazio nelle mostre e nelle raccolte che ho firmato ed esposto. Sono il risultato di tagli sapienti, di furbe angolature, di appropriate sfocature. Il mondo che ho raffigurato in quelle foto è un mondo inesistente, accuratamente passato al crivello del mio desiderio.

Viaggiatore

8 novembre 2014 § Lascia un commento

Sono in viaggio da diciassette anni, ormai: a una media di cinque, seicento chilometri al giorno, sono quasi tre milioni. Ho cambiato una trentina di macchine, dormito in alcune migliaia di letti diversi, attraversato decine di migliaia di paesi e città. In poche di queste mi sono fermato, e sempre soltanto per necessità, per riposare, per comprare qualcosa, per ascoltare la pronuncia di lingue o dialetti sempre nuovi.
Ho deciso di partire dopo un lungo periodo di noia. Non avevo legami significativi, grazie ad un’inaspettata, cospicua eredità disponevo di un capitale sufficiente per tutte le necessità di un viaggio molto lungo. Qualche giocata fortunata nei casinò dei paesi che ho attraversato, nel tempo, ha moltiplicato di molto i miei risparmi. Gli interessi – anche tenendo conto di piccole eventuali  erosioni del capitale – mi assicurano adesso una prospettiva di altri venti anni almeno. Considerando che ne ho cinquantanove, direi che non ho bisogno di preoccuparmi di un futuro a più lunga scadenza.
Il ritmo delle giornate tipo – ce ne sono di diverse, però – è sempre uguale: sveglia non troppo tardi, colazione abbondante, due passi nelle vie attorno all’albergo dove ho dormito, qualche foto. Poi in auto, mappa alla mano (non ho mai amato i navigatori, sanno di stolido), imbocco il raccordo e guido per qualche ora. Fatti due, trecento chilometri, a volte anche quattrocento, con poche soste per il caffè – spesso davvero indecente – mi concedo uno spuntino e un’ora di riposo passeggiando lungo la strada o nei parcheggi o nella campagna intorno. Altre ore di guida, fino alla destinazione che mi ero prefissa al mattino o nel programma preparato in anticipo – in genere la domenica pomeriggio – per alcuni giorni, mai più di una settimana. Scelgo sempre città di media grandezza, ma facili da attraversare, per la sosta della notte. Trovo un albergo, mi faccio indicare una palestra per un’ora di attività – la guida richiede buona forma fisica, come ben sanno i piloti professionisti – un buon ristorante per la cena. Poi, un paio d’ore di lettura o un cinema, una veloce scorsa alle notizie del giorno. A volte guardo un film anche sul tablet, ma stacco sempre in tempo per garantirmi le mie sette ore di sonno.
Poi ci sono i giorni dedicati all’organizzazione: le cose da fare sono tante, per la verità, ma il ritmo che ho preso me le fa sembrare routine. Gli acquisti di riserve di cibo, bevande, carte stradali, sigarette. Di vestiti, anche; non mi serve molto, ma raramente mi fermo abbastanza in un posto da potere utilizzare una lavanderia, quindi compro la biancheria e la getto via dopo averla usata. Maglioni, camicie, pantaloni, t-shirt per l’estate, il giaccone quando il vecchio si logora, le scarpe – devono essere comode per la guida –  sono compere più rare, che faccio nel centri commerciali lungo le autostrade. Per lo più prendo roba simile, so con che fogge e colori mi sento a mio agio, a parte qualche civetteria che mi assale a volte di fronte a una camicia particolare o a una maglietta di un colore inusuale. Più tempo richiede la scelta dei CD che ascolto in viaggio. Leggo molte recensioni, perlustro gli ormai rari negozi di dischi, scarico musica dalla Rete. E’ importante, una colonna sonora, per le sequenze di immagini che scorrono sui finestrini mentre percorro le strade. Alla musica alterno i CD di lezioni di  lingua. Ne ho imparate diverse, dialogando prima stentato, poi sempre più sicuro, con gli altoparlanti dell’auto. E mi inorgoglisco quando il barista dell’autogrill, il cameriere dell’albergo, una delle mie fugaci amanti si complimentano per la mia padronanza del loro idioma.
Ho detto: le mie amanti. Sono l’unico motivo delle mie soste più lunghe. Mai più di pochi giorni. Ma sono giorni belli, quasi sempre. Non nascondo mai che sono un viaggiatore, ché nessuna si senta defraudata quando mi congedo al mattino o quando scivolo fuori dalla porta delle loro case senza farmi sentire, mentre dormono. Assaporo per qualche giorno una vita diversa, non me ne stanco, ma so che non è la mia. Con loro visito le città, ascolto opinioni sulla politica e sugli eventi del mondo. Tutte cose che stanno fuori dalla mia vita, salvo quelle che influenzano la percorribilità dei luoghi che attraverso. A volte devo cambiare itinerario a causa di disastri naturali o di improvvise chiusure di frontiere, ma m’è pure capitato di passare indisturbato per paesi in rivolta, o ai margini di zone in emergenza.
Ogni sei-otto mesi, un anno al massimo, cambio auto: è essenziale per la sicurezza e per evitare soste indesiderate a causa di guasti. Ad ogni cambio di macchina mi incuriosisce vedere quanto rapidamente cambino design, soluzioni tecniche, prestazioni. Normalmente vendita e acquisto non richiedono molto tempo: benché abbia delle preferenze per certi modelli o colori, non vado troppo per il sottile e prendo sempre auto in pronta consegna. Una volta mi trovai obbligato perfino a prendere un SUV – un veicolo che mi sta assai antipatico –  un’altra dovetti accontentarmi di un modello un po’ antiquato, un’altra ancora comprai d’occasione una berlina giallo limone appartenuta a un cantante rock.
La salute non è un problema rilevante: in tutte le città trovo ottici, dentisti, ambulatori dove posso curare i piccoli disturbi di cui man mano mi accorgo di soffrire. L’allenamento quotidiano, un’alimentazione bilanciata e sobria mi mettono abbastanza al sicuro da malanni gravi. Attentissimo ed esperto nella guida, poi, non ho mai avuto incidenti, e non penso mai che la sicurezza con cui ho percorso immense distanze possa tradirmi e coinvolgermi in un disastro autostradale.
Benzinai, camerieri e cameriere di autogrill, meccanici, commessi, autostoppisti (ce ne sono ancora, sì), portieri d’albergo, cassiere di supermarket sono il mio orizzonte sociale abituale. L’occasionalità e la rapidità dei contatti umani è bilanciata dalla loro frequenza. A volte, a fine giornata, mi rendo conto di aver conosciuto e scambiato qualche parola con molte più persone di quante non incontrassi in una settimana della mia vita di un tempo. Né la futilità o lo scopo eminentemente utilitario di queste relazioni mi paiono renderle molto diverse da quelle della vita di prima.
Il viaggio, peraltro, con la sua necessaria disciplina, ma anche con la sua quota di imprevisti e i periodi di anarchico e quasi casuale ingarbugliarsi del percorso, assorbe la quasi totalità del mio tempo. Ho detto delle condizioni materiali, dell’impegno che richiede la sua organizzazione. Ma c’è molto di più. La guida, ovviamente, lo studio delle carte, la scelta degli itinerari, l’attenzione alle previsioni metereologiche e agli avvisi sul traffico e la viabilità. La documentazione, infine. Nel corso della giornata registro decine e decine di messaggi sul cellulare o direttamente sul tablet, mentre sono alla guida. Pronuncio ad alta voce i nomi dei luoghi che incontro sulla strada, o registro un’impressione, una riflessione avviata da un cartellone pubblicitario, da un paesaggio che si è fatto cupo di pioggia, da un panorama di luci di posizione su un’autostrada affollata, simile a un cielo stellato in cui è possibile leggere delle costellazioni. Nelle soste più lunghe dedico delle ore a trascrivere i messaggi vocali: mi piace elaborarli in forma elegante, vederli trasformati in parole scritte, organizzate. Rivedo i luoghi, rivivo le atmosfere. Anche le foto aiutano, in questo. Viaggio sempre con la fotocamera sul sedile accanto al mio. Di solito, colpito da un’inquadratura, mi fermo, scatto e sgommo impaziente. Ma ci sono occasioni in cui posso fermarmi anche delle ore ad aspettare la luce giusta per una fila di pali o per la curiosità di vedere come scompare una montagna avvolta dalla nebbia che vedo arrivare in lontananza. Ho accumulato tante migliaia di immagini che mi occorrerebbe un programma molto efficiente per ordinarle e poterle ritrovare; sono troppo insofferente e troppo impegnato però, per dedicarmi a un tale lavoro. Così tengo le mie fotografie in un unico enorme mucchio, stipate in una cartella del pc;  nelle sere di relax, quando allento un po’ il ritmo disciplinato di cui ho detto, le lascio scorrere in ordine casuale, cercando di collocare nella memoria il luogo che ritraggono. Mi riesce una buona metà delle volte, e mi sembra un buon risultato.
Luoghi, oggetti. Non fotografo la gente. Ho ritratto un mondo disabitato. Me ne sono reso conto improvvisamente su una strada secondaria, mentre sostavo sul suo ciglio per fissare il momento in cui il sole radente faceva di una fila di covoni una geometria perfetta, quasi innaturale. La sera, dopo la doccia, ho acceso il pc e mentre mi asciugavo ho saggiato qui e là il mio archivio senza ordine. La conferma di non avere immagini degli abitanti dei luoghi che avevo immortalato ha occupato i miei pensieri per giorni. Due settimane dopo chiesi a Leila – così diceva la targhetta sulla giacca della divisa, era commessa nel supermercato dove compravo delle carte – il permesso di farne il soggetto di una foto. Acconsentì allegramente, e adesso il suo viso dai tratti irregolari e intelligenti smentisce, da solo, l’uniformità desertica del mondo che ho raffigurato nel tempo. Il giorno dopo, da una città a diverse centinaia di chilometri dal centro commerciale, le mandai la foto all’indirizzo che mi aveva dato. Ringraziò, compita, con un breve messaggio.
Talvolta un’immagine o una descrizione mi fa desiderare di tornare in luoghi che ho attraversato o dove mi sono fermato brevemente. E’ come se mi rendessi conto di avere dimenticato di guardare quel tale ponte o quella fila di edifici da una prospettiva che poteva essere interessante. Raramente, per farlo, inverto la direzione che ho preso, ma non è escluso che i miei itinerari mi riportino vicino a quei luoghi, e allora non perdo l’occasione. Quasi invariabilmente, tuttavia, sono delusioni. Il luogo che era sembrato affascinante, inquadrato sempre più grande e vicino nel parabrezza, e che poi era scomparso appena superato, o quello che aveva occupato per pochi secondi la visuale del finestrino mentre correvo a centoquaranta all’ora, alla seconda vista hanno cambiato colore. Sono sbiaditi o troppo contrastati, i dettagli e la staticità li rendono banali o scomposti.
Alle frontiere, o a qualche posto di blocco, spesso mi hanno chiesto dei motivi del mio viaggio. Accade sempre più spesso, man mano che mi allontano dai luoghi in cui è burocraticamente registrata la mia residenza. La domanda è anch’essa burocratica, non basterebbe certo a svelarmi se fossi un intruso pericoloso nel posto dove mi trovo. Rispondo genericamente che si tratta di turismo, ma naturalmente si tratta di una risposta di comodo. Delle volte la vedo accolta con aria sospettosa, ma i miei documenti sono sempre in regola, e le strade che percorro evitano paesi dove vige l’arbitrio poliziesco; nessuno mi ha mai fermato, né imputato alcuna infrazione alle leggi.
Una domanda più imbarazzante me l’ha fatta invece una oculista cui mi ero rivolto per un fastidio alla vista che mi faceva sentire insicuro nella guida al buio e con la quale dormii per alcuni giorni, dopo la visita e una cena cui ci invitammo praticamente a vicenda: mentre mi salutava con semplicità sulla porta di casa, ridendo perché stavo per dimenticare gli occhiali nuovi sul comodino, chiese all’improvviso se fossi felice. Sul momento mi limitai a mormorare qualcosa di indistinto, per poi imboccare subito la rampa delle scale. Poi, mentre giravo la chiave d’accensione, scrissi un rapido messaggio sul telefono. Sì – scrissi – no.
Mi resi conto che non avevo il numero cui mandare il messaggio, diedi gas e partii.

Custodia

8 novembre 2014 § Lascia un commento

Eccola. E’ posata su un tavolo scrostato, seminascosta da un manichino privo di testa e di gambe e sospeso in una diagonale impossibile, fra un vaso di cristallo sbrecciato e una scatola di sigari vuota. Avvicinarsi richiede cautela: so da sempre che il pavimento della soffitta poggia su un incannucciato, nessuna struttura più solida lo sostiene. Quasi inciampo nella spada inguainata che sparge a terra orgogliose passamanerie scolorite, scanso il baule fasciato da bande di ferro e costellato di rivetti, aggiro la pila di pacchi di giornali legati con spaghi sfilacciati e arrivo a portata della scatola.
Cartone robusto, foderato di carta martellata, appena rosicchiata da tisanuri aggraziati e voraci. La  luce polverosa tinge di una sfumatura violacea – non gradevole – il nero della carta; una lama di sole che filtra fra le tegole sconnesse rivela la persistente lucentezza della superficie.
Le mani che l’hanno aperta tante volte hanno lasciato segni evidenti di logorìo sul coperchio. Le penso immobili, lontane da qui, adesso. Un altro rapido pensiero mi fa esitare nel ripetere quel gesto: l’ostinato rifiuto di aprirla era motivato da un segreto inconfessabile o era gelosia di uno spazio che, solo, non conoscesse altro respiro?
Aspettando che il dubbio svanisca, che l’insensata ma incoercibile, ansiosa curiosità prevalga ancora, passo distrattamente in rassegna gli oggetti di scena che mi circondano.
Posso immaginarli animati, quasi, per quanto mi sono noti. Il piccolo cofanetto di medaglie ossidate; il libro intonso; le fotografie che mescolano tempi alla rinfusa; il coltello dalla lama lucida, mai usata; la presina di lana bruciacchiata; diversi occhiali, ognuno con diverse rotture; una pila di fogli ingialliti vergati da fitta calligrafia disordinata; un alambicco incrinato; un ippocampo seccato senza più il ricciolo della coda; un fermacarte di ghisa; una ciotola di semi esotici sconosciuti.
Un gesto deciso, quasi involontario, mi fa rovesciare all’improvviso il coperchio nero, senza che incontri alcuna resistenza. Solo poggiato, fiduciosamente.
La lentezza con cui lo sguardo gira fino a inquadrare l’interno della scatola è l’ultimo testimone del tormento confuso che ha colorato tanto a lungo il pensiero del contenuto di quell’astuccio.
Dentro, una papera di legno dai colori sbiaditi.

Confini

8 novembre 2014 § 1 Commento

I binari dell’antica ferrovia tagliano la città con una cicatrice ancora riconoscibile. Anche dopo diversi decenni dall’abbandono della linea, la ferita è rimasta evidente, uno sfregio permanente.
Era un limite, un confine. Le aree che aveva separato, è vero, avevano poi avuto uno sviluppo che le aveva livellate e omologate al modello dei quartieri residenziali di qualità ma non centralissimi, luoghi abitati da una classe moderatamente agiata, pigramente pretenziosa, che predilige i palazzi di appartamenti – mai più di otto piani però – circondati da un giardinetto inutile quanto decoroso.
Il taglio però e rimasto, a dispetto dei moltissimi ponti che uniscono le numerose strade di collegamento fra le due zone della città; ponti dissimulati dalle costruzioni, piccoli iati cui la maggior parte della gente non fa quasi mai caso, ignara com’è – per età o per estraneità a quei quartieri – di un passato dal paesaggio diviso.
Al livello al quale un tempo passavano i treni, e dove ancora brevi tratti di binari prevalgono sulle erbacce e sui rifiuti semifossilizzati che testimoniano la decadenza a discarica dell’antica linea ferrata, si poteva accedere – malagevolmente – attraverso poche scale malmesse, i cui sbarramenti avevano subito la stessa sorte di degrado; stretti anditi fra i giardinetti dei palazzi conducono a quei passaggi sostanzialmente dimenticati, dove l’accumulo di grate, sbarre, tramezzi in legno o in muratura, posti nel tempo a impedire l’accesso a emarginati di ogni genere, fa ormai da struttura portante a fittissime siepi di piante spinose spontanee, più impenetrabili di qualsiasi ostacolo di fattura umana. Erano gli acessi alle scale che portavano alle stazioni urbane nel breve periodo in cui la linea era stata utilizzata come metropolitana di superficie. La pericolosità di quei luoghi, a quel tempo, ne aveva progressivamente scoraggiato l’uso, fino a provocare la definitiva chiusura del tragitto ormai del tutto negletto.
La discesa nel profondo canyon sul quale pochi abitanti degli edifici gettano mai lo sguardo dai loro balconi delle facciate interne – quasi tutti chiusi a veranda – non è più da tempo sfida per giochi di ragazzi di strada né rifugio di tossici o ladruncoli in cerca di posti discreti per i loro traffici. La trasformazione dei quartieri della zona ferroviaria li ha lentamente espulsi come corpi estranei. Unici abitanti dello sprofondo sono rimasti – o diventati – gli esemplari di una fauna ignota a tutti, che apparirebbe sorprendente per l’incongruità con l’ambiente urbano a chi l’osservasse nella sua variegata composizione. I fitti cespugli fra le traversine e ai bordi dei binari ospitano i consueti coinquilini dell’uomo, gatti randagi, ratti, una quantità di insetti parassiti, gechi e ramarri, rari cani dal pelo ruvido e irto. Ma a questi, ai gabbiani, ai piccioni, alle rondini si sono erano aggiunti nel tempo animali meno consueti. Delle piccole talpe hanno nidificato scavando profonde buche nella terra umida, non drenata, del canalone. Alle biscie di terra si sono aggiunte diverse specie di ofidi dall’aspetto poco rassicurante; colonie di chirotteri affollano gli angoli più nascosti, mentre la comunità degli animali inferiori annovera decine di specie di zanzare e di mosche, ragguardevoli formicai, ragni creatori di colossali e robuste tele, inquietanti scorpioni neri, diversi coleotteri e almeno sei diverse sottospecie di blatte. Quando gli acquazzoni estivi formano qualche pozza che rimane a imputridire, perfino qualche rara libellula perlustra quegli effimeri stagni.
Nessun tentativo di bonifica è mai riuscito ad avere ragione di quel mondo segreto e ignorato.

 

Attraversare

8 novembre 2014 § Lascia un commento

Di fronte a un deserto lo sgomento è inevitabile. Vedi l’aria tremolare, le rocce e la sabbia rosse di luce e calore, l’orizzonte perduto in una lontananza inedita, un cielo senza increspature.
Il mare aperto, deserto liquido, non ti fa lo stesso: non ha l’immobilità che lo renderebbe estraneo e minaccioso.
Quado sei sull’orlo, su quello che ti hanno detto il confine – lì comincia il deserto – ti chiedi quanto sia vero. Se le terre che hai appena attraversato non siano già deserto, o almeno non partecipino dello stesso paesaggio. Se il passaggio non sia affatto un confine, ma un lento degradare verso il nulla che adesso hai davanti in tutta la sua infuocata evidenza.
Capo protetto, scarpe adatte a roccia e sabbia, borraccia quasi inutile alla cintura, indugi un momento ancora, prima del passo che avvierà la marcia verso una meta impensabile fra i vapori dell’orizzonte.
Quel momento è passato da giorni. Hai visto scorpioni sotto le pietre, rapidi movimenti di ragni, hai perfino udito un lontano ululato. Più in là hai trovato pozze di sabbia fresca, umida. Non acqua, no: solo il sospetto di un liquido che dal profondo arriva fino a poca distanza dalla superficie incandescente, per evaporare veloce. E hai visto le forme cambiare, il vento modellare dune e pianure, disegnare merletti impalpabili, tagliare nella sabbia improbabili geometrie.
Tutto si muove anche qui. Tutto, a suo modo, vive. Ti chiedi se non stia diventando casa.
Ti sei rapidamente adattato alle temperature, cammini di notte; di giorno solo pochi passi, per curiosità, quando il sole è ancora basso e non inghiotte metà del cielo. Poi al riparo all’ombra delle dune. Sorprendentemente, trovi l’acqua ogni volta che avverti più scarso il peso della borraccia e sopravviene la preoccupazione. Torbida, fangosa, ma serve allo scopo.
La luna, enorme anche quella, trasforma il paesaggio in un duplicato della sua stessa superficie, ombre affilate di ogni più piccola roccia, profili neri di dune sul cielo rischiarato.
C’è pace. La pace che sai non troverai all’arrivo. Per questo indugi, rallenti impercettibilmente il passo, senza confessartelo. Sai che il deserto non può cullarti più a lungo di tanto. Pensi al rumore dei motori e delle porte che sbattono, alle risate, alle urla di gioia o di rabbia, agli orologi che ti aspettano oltre la distesa silenziosa: non ne hai voglia, ma – pensi – forse non ne avrai più neanche troppo fastidio.

Ciclope

8 novembre 2014 § Lascia un commento

Mi è sempre sembrata esagerata, anche se è stata per tanto tempo la mia nave. L’immensa tolda ribassata, quando era vuota, era una voragine, una pianura tanto sterminata che non guastava  usare un mezzo per percorrerla. Affacciandosi dalla murata, la superficie dell’acqua appariva tanto lontana da disegnare un paesaggio piatto, quasi indistinguibile. Non ho mai imparato ad orizzontarmi fra gli infiniti anfratti della stiva, nonostante le puntigliose indicazioni serigrafate sulle lamiere dei corridoi e delle porte. Come non conoscere le stanze della propria casa, pensavo. Forse accadeva così ai re nelle loro regge o ai tiranni nei loro labirinti.
Adesso tanta spropositata, superba grandezza è il motivo del lento, interminabile arrancare su quest’ultima rotta che ho tracciato sul tavolo della sala comando, paradossalmente minuscolo nelle immensità degli spazi del corpo di questo colosso divenuto inutile, sovradimensionato.
Solo pochi posti remoti sono capaci di accogliere l’ultima stagione della vita di giganti come questo. Lunghissime spiagge tristi, sabbia grigia, acqua giallastra, un inferno di gru e camion e capannoni nell’immediato entroterra. Davanti, secche estesissime possono contenere, quasi del tutto emerse, le chiglie smisurate di queste navi improbabili.
A una di queste spiagge mi dirigo, misurando l’estenuante durata del viaggio con il preoccupante scemare della riserva di sigarette, fra un porto dal nome quasi ignoto e un altro dove magari una volta ho bevuto con marinai e contrabbandieri.
Guardando la carta nautica, oggi – continuo a fare come ho imparato alla scuola di mare, incurante dei sofisticati apparati che inzeppano le pareti della sala, unici oggetti che avranno un valore elevato quando la carcassa ne sarà spogliata – ho calcolato che questa pena di viaggio sta per finire: non vedo ancora la costa, ma, al di là dei segni sulla carta e delle luci che simulano la rotta sugli schermi, i miei sensi raffinati da anni di odori di mari diversi, di luci lentamente cangianti, o dall’evidenza dell’addensarsi dei rifiuti che galleggiano sulle onde – pali spezzati, immancabili bidoni di plastica sbiancati dal sale, addirittura il relitto di un rozzo giocattolo – mi dicono che non manca ormai molto.
Lo chiamano, ovviamente, cimitero; ma non è un termine appropriato. Non ci sarà sepoltura per l’immensa nave, non rimarrà un corpo, sia pure senza vita,  da venerare e ricordare compunti su una tomba.
Saremo raggiunti sotto la vertiginosa murata da pilotine e rimorchiatori, in una lingua approssimativa saremo guidati verso la secca, poi darò per l’ultima volta l’ordine di spegnere i motori. Le turbine enormi esauriranno il loro moto circolare: l’inerzia lo farà durare ancora a lungo, ma senza effetto, una volta staccati i potenti giunti che li collegano alle eliche. Da quel momento sarà tutto un abbassare leve e interruttori, un compiere le infinite verifiche cui siamo obbligati – come ce ne fosse un reale motivo, come se paratie e tagliafuoco, strumenti e gomene e cavi dovessero ancora servire – per consegnare poi il grande cetaceo sfinito a una folla di uomini e ragazzi dagli abiti lisi e unti, che sembrano vivere perennemente con l’acqua alle caviglie.
Ho già visto quello che accadrà. Ero ancora ufficiale in sottordine quando il comandante di una nave molto più piccola di questa, ma sempre gigantesca, ebbe l’incarico di portarla all’immenso cimitero delle lamiere. Un disguido mi bloccò a terra per giorni e non riuscii a non assistere, attonito, alla scena apocalittica dell’inizio della demolizione. Quando il mezzo che mi doveva riportare indietro finalmente arrivò, dopo giorni che non contai, passati in stato quasi ipnotico a guardare il lavoro di quel brulicare di uomini fumando appollaiato su una pila di tubi dismessi, la regina dei trasporti su cui ero imbarcato mostrava uno squarcio colossale sulla fiancata, cabine e magazzini messi a nudo, e il suo profilo era sfigurato dal taglio geometrico di metà delle lamiere della prua.
Non potei fare a meno, allora, di pensare a un roditore, a un uccello, a un grosso coleottero trovato morente e impotente dalle avanguardie esploratrici di un formicaio, trascinato da file interminabili di neri esseri microscopici fino all’imbocco dei cunicoli e lì lentamente, metodicamente divorato dalle tenaglie chitinose delle operaie.
Non sto a fare dei calcoli per immaginare quanto durerà l’agonia del mostro;  mi sembra cinico. Per quanto non amata a causa delle sue dimensioni mostruose, innaturali – se di natura si può parlare per questo spaventoso ammasso di ferraglia, vernice, plastica e poco legno – la nave che sto portando a morire, o ad essere uccisa dalla scrupolosa maestria di pinze, cannelli, ganci, mani nude o appena guantate e armate di cacciaviti, è stata la mia casa per troppo tempo per non rivolgerle un pensiero  pietoso.
Non è un bel destino, quello che la aspetta su questa spianata di acqua morta e di sabbia intrisa di oli e vernici, squallido miscuglio di viti e conchiglie, frammenti di corallo e bulloni, pozze di petrolio e vorticelli di granchi. In pochissimo tempo, la meticolosa opera delle formiche umane che la aggrediranno non appena giunta in secco, ne consumerà progressivamente l’intera lunghezza. Segmento dopo segmento, l’intrico di lamiere e tubi, cavi, verricelli, maniglie e pompe, quadri elettrici e manette idrauliche, regolarissimo e banale, ripetitivo nella sua enormità, ridurrà le sue dimensioni. Smontata una fetta, di nuovo verranno file di uomini e di mezzi a trascinare più avanti il gigante mutilato, e di nuovo camion, carrelli, torme di operai bambini ricominceranno a divorare altri metri dello scafo.
La mia nave sarà progressivamente portata a terra. Ma avrà la forma di cumuli semiordinati di pezzi omogenei, tubi con tubi, vinile con vinile, viti con viti.
Forse, come capitò al primo ciclope che vidi divorare, alcuni enormi pezzi  troppo massicci rimarranno, staccati, lontani uno dall’altro, a disegnare un mostruoso profilo di edifici di una città di ruggine, le fondamenta affondate in pochi centimetri di acqua salmastra; finché non arriverà il mastodontico camion capace di caricarli. Forse, qualche interruttore o manicotto di materiale costoso finirà sotto il giubbotto sporco di un operaio, a fare il bilancio di una settimana per la famiglia dell’audace sottrattore. Il resto, nel tempo, sarà disperso, fuso, riusato, abbandonato.
Chiuderò la porta stagna della sala comando per l’ultima volta, con cura, che non sbatta scomposta a una folata del vento tropicale di qui. Col piccolo bagaglio in spalla scenderò le scalette – non userò gli ascensori, non c’è fretta – fermandomi forse a guardare le geometrie delle griglie e dei boccaporti dalle infinite angolazioni delle centinaia di gradini. Forse, sull’ultima piattaforma, una manetta dipinta di rosso – per l’emergenza – attirerà la mia attenzione. Chiamerò il mio nostromo e ordinerò che mi si porti un cacciavite e una chiave quadra. Non peserà molto nello zaino, quel pezzo di ferro; a terra, sarà utile a fermare le piccole pile di carte ordinate che tengo in evidenza  sul tavolo. Piccolo osso dello scheletro del gigante scomparso.

Retrò

8 novembre 2014 § Lascia un commento

L’aeroporto dista dalla citta’ piu’ o meno quarant’anni.
Dodici chilometri di taxi portano davanti a grandi porte a vetri, doppie  – bussole, le chiamano – mogano lucido attraversato da una griglia di tubolari d’ottone all’altezza delle maniglie, pure di ottone. Apertura manuale.
Al di la’ della porta siedi in un salottino di poltrone in legno scuro piegato a fuoco e similpelle verde, discretamente scomode. Alle pareti, pannelli lucidi con immagini convenzionali, sgranate. Lo spazio è limitato, quasi angusto, fa pensare a un traffico molto ridotto. Le poche stampe sui muri mostrano famiglie sorridenti che si avviano verso aerei dalle linee tondeggianti, ingenue. Manifesti dalla grafica altrettanto ingenua propagandano prodotti che non vedo da molto tempo sugli scaffali dei negozi.
Con in mano la tazzina, appoggiato al bancone nello stesso stile delle porte, passo adesso in rassegna con distratta sorpresa le bottiglie allineate sullo sfondo a mosaico di piccoli specchi: liquori fuori moda, aromatici e zuccherosi, amari arcaici, miscugli sospetti.
Rifletto sul contrasto col mondo scintillante di plastica e cromature che ho lasciato pochi minuti fa, dove tutto è leggero, ma di una leggerezza da bassa qualità, massificata. Qui senti il peso dei materiali, l’hardware è davvero hard, bulloni, sbarre, legno massiccio.
Il barista, piccolo, scuro, grinzoso e magrissimo, baffetti curati sull’orlo del labbro, giacca bianca e papillon, guarda curioso i miei abiti alla moda. Forse abituato allo spaesamento dei viaggiatori, mi indica con un cenno dello sguardo il calendario alla parete. Non mi sorprendo piu’ di tanto a vedere la data del foglietto; dopotutto corrisponde all’ambiente che mi circonda.
Mi chiedo come sara’ l’aereo, se somiglierà a quelli ritratti nelle locandine esposte nell’atrio, quanto tempo gli occorrera’ per coprire la distanza che devo percorrere. Se arrivera’ nel mio tempo o in questo che sto vivendo adesso, quello del calendario.

Welcome

8 novembre 2014 § Lascia un commento

“…Se li aspetta – ci aspetta – un giardino fiorito che attutisca l’impatto con foglie e rami teneri, o un telone steso a raccoglierci, o una muta di cani famelici, o semplicemente un suolo duro di cemento grezzo”.

C’è dell’acqua, invece. In movimento. Mare.
L’Ottovolante è costruito nell’acqua bassa di una grande spiaggia deserta. O forse, nel tempo, le maree si sono innalzate e hanno sommerso in terreno sul quale sorgeva. Lentamente, piante, costruzioni, passerelle d’ingresso, la stessa cabina del bigliettaio e l’insegna (era rossa e blu, adesso ricordo) sono state logorate dal sale, dal vento, dalla risacca e sono scomparse; le fondamenta dei tralicci sono state sommerse.
Ci si potrebbe preoccupare della loro stabilità, del metallo che subisce l’ingiuria della ruggine, del legno che infradicisce e viene divorato dalle onde, ma il tempo che è passato da quando la terra è scomparsa e la colossale struttura si riflette, inconcepibilmente deformata, sull’increspatura della superficie liquida in movimento, ha rassicurato tutti: più solidi che mai, i piloni di sostegno dell’arditissima rotaia mostrano un compatto piede di cemento fatto di coralli, madrepore, miriadi di piccolissime conchiglie; una base viva, fatta di infinite generazioni di minuscoli organismi, che hanno lasciato alle successive delle basi sempre più simili a rugosi plinti di calcestruzzo vivo. Alghe delicate li decorano, danzando nella corrente lieve.
Ed è questa la maggiore sorpresa che hanno avuto tutti coloro che si chiedevano dove sarebbe finita la corsa delle navette: ad accogliere la presunta fine del loro viaggio è qualcosa di vivo. Vivo è l’intero mare, nel suo moto incessante, che lo gonfia in gigantesche onde di burrasca, o ne corruga leggermente la superficie nei giorni di brezza serena. Vivi sono i suoi innumerevoli abitanti – più che degli inquilini: sono parti essi stessi dell’immensa distesa sempre cangiante – microscopici e inconsapevoli esseri unicellulari, alghe infinitesimali orgogliose della loro complessità, e ancora creature più grandi, dai filamenti diafani o dalle delicatissime strutture ossee simili a merletti lillipuziani.
Qui mi porta la navetta. Qui si arenerà, la prua conficcata nella sabbia chiara del fondo, i bordi della cabina lambiti dallo sciabordìo. Mi toccherà imparare a muovermi in questo universo liquido, dopo il tempo passato nell’aria rarefatta, spesso affannosa, delle altitudini. Sarà un altro mondo, un altro modo. La tenace salita, il vertiginoso scivolare in basso sono alle mie spalle, sotto i piedi nudi sento la sabbia cedevole, attorno alle caviglie la carezza dell’acqua, un vento leggero e fresco porta profumi di sale e di chissà quali terre invisibili ad occhio nudo.
Mi piace.

Visti oggi

8 novembre 2014 § Lascia un commento

Una cospicua fauna abita il mondo, ma gli umani spesso la ignorano.
Eppure è bello osservare questi esseri, e – sospetto – anche utile.
Come una goccia d’acqua limpidissima, lievemente azzurrina, della quale ha pure forma e colore, percorre i muri o i pavimenti in pendenza solo lungo le strade della gravità; sembra passivo, dunque, inanimato. Eppure, a ben guardare, è dotato di piccolissime zampe che muove incessantemente, forse solo per resistere al trascinamento verso il basso. E poi, inaspettatamente, costruisce anche microscopici e semplici utensili – un punteruolo, una corda annodata, un gancio – che lascia sul suo cammino una volta usati.
In aria, invece, volteggiano sottili membrane nere, di forma allungata, poco più grandi di un biglietto da visita. Stavolta, a voler trovare una somiglianza con cose note, dovremmo pensare ai frammenti di carta bruciata che escono dai falò, ma la consistenza è diversa: sono gommosi, resistenti: se aveste la ventura di catturarne uno fra le dita vedreste che non si sbriciola, e avvertireste che la sua forma indistinta – priva di organi visibili – pulsa. A differenza di altri, che sembrano impegnati in attività dal significato insondabile o in un ozio totale, questi sappiamo cosa fanno: cercano i luoghi adatti a catturare i réfoli e si dispongono in maniera da vibrare con armonia musicale; lo fanno per sé stessi, comunque, ché la loro musica non è percepibile dall’orecchio umano.
Infine, quasi invisibili perché troppo grandi – è sempre anche una questione di scala, la relazione fra specie diverse – certe forme rarefatte, quasi gassose, ricoprono grandi superfici di pianura, montagne o perfino ampi tratti di mare, e le illuminano di notte con una qualche radiazione che emana dai loro corpi diafani. Che si tratti di esseri vivi e non di occasionali fenomeni fisici è detto dalle parole che si sentono pronunciare percorrendo i luoghi che abitano. Sono parole delle lingue umane – apprese o da loro insegnate? – che percepiamo isolate e prive di senso per le nostre menti, ma che devono essere straordinarie poesie per le loro: a tratti, dopo una di queste catene di suoni, infatti, le luminescenze si trasformano in brevi, emozionati bagliori.

Non ombra

8 novembre 2014 § Lascia un commento

C’è chi dice che i lutti, le perdite, devono durare un anno. Meglio, dicono, non “devono”, è che durano tanto di per sé, inevitabilmente. E’ necessario che si vedano il mondo e le cose prima nella luce fredda dell’inverno, poi risvegliarsi nella brezza della stagione successiva, per finire a bruciare nell’abbagliante estate e trovare pace nelle foschie autunnali. Cicli, che rassicurano, che danno senso e proporzione agli eventi, e anche alle assenze.

E’ un’idea fascinosa, ragionevole, probabilmente vera per la maggior parte dei casi in cui si smarrisce qualcosa o qualcuno.
Ci sono eccezioni, però. Molte. Non quelle generate dai limiti di chi deve elaborare la perdita, di chi si scopre incapace di accettarla, o di chi, all’opposto, immagina (e necessita) – immagina perché necessita – di potere gettare alle spalle rapidamente il peso della perdita, o della cosa o persona perduta anche. E magari riesce.
No, le prime, è ovvio, possono durare anche tutta una vita, e oltre; le altre davvero scomparire in un istante. Ma sto parlando d’altro, parlo dei lutti che lasciano un vuoto apparente, ma in realtà abitato da un fantasma scomodo, ingombrante, irrispettoso, resistente a ogni esorcismo.
Il fantasma è stato costruito quando l’oggetto della perdita non era ancora tale; ribelle ad ogni regola, adesso minaccia immortalità, minaccia di passare il limite delle stagioni e si aggrappa e scalcia e si tiene in equilibrio quando il maestrale lo strappa al cornicione di roccia su cui sta in piedi, o reagisce con rabbia se il languore dell’aprile lo spinge nel sonno – che per lui è fine – o ancora si arroventa al sole estivo senza soffrirne, e salta e danza disinvolto, indifferente fra le pozzanghere e le foglie secche delle strade autunnali.
La forma concreta da cui l’abbiamo ricavato, un corpo, una mente, la struttura fisica di un oggetto, può deperire, estinguersi, creparsi e crollare, liquefarsi perfino. Ma lo spettro rimane, a dispetto di quella scomparsa. E’ la sua rivincita sulle ombre, cui spesso i fantasmi vengono accomunati. Chiamarmi ombra! – dice – Che bestialità! Ma non vedete che esisto anche senza luce? Non vedete che non ho bisogno che qualcosa interecetti i raggi del sole, per esserci?
Siamo stati bravi a generarlo, ci appartiene completamente, perché l’abbiamo costruito; gli apparteniamo pienamente, perché l’abbiamo fatto con le nostre idee – che adesso, così distillate e separate da altre, a definire una forma – non possono non dominarci, e con la familiarità che deriva dall’averle concepite ci convincono della loro esistenza.
Se lo cerchiamo, se entriamo in quello spazio che diciamo essere vuoto, lo spazio dell’assenza, ne riceviamo improvvise stilettate alle spalle, violenti schiaffi sul viso, calci dolorosi.
E’ un nemico, anche se ci parla con il vocabolario dell’amore, della bellezza, della passione e della compassione.

On the Road

8 novembre 2014 § Lascia un commento

Notte dopo notte, ho allungato sempre di più la passeggiata con il mio cane.
Avevo cominciato a farlo per distrazione: assorto nei pensieri, avevo superato il solito angolo e mi ero incamminato sul lungo viale che parte dalle vicinanze della mia casa. In seguito l’avevo fatto più consapevolmente, per il piacere di vedere il cane trottare allegro accanto a me, per quello di sentire la fredda aria notturna sul viso, per il sollievo dei muscoli stanchi dell’inattività cui li costringono le mie giornate sedentarie. Così, ogni volta mi ero ritrovato più lontano, nel momento in cui invertivo il percorso, soddisfatto del tempo passato a camminare. Di rado facevo veramente caso al cambiamento del paesaggio man mano che mi allontanavo dalle strade più familiari, ma sempre più spesso osservavo dei dettagli nuovi: una fila di palazzine basse che non avevo mai notato, l’ombra gigantesca del gasometro dismesso, il sottopasso della ferrovia secondaria, un grande edificio severo dalle finestre strette e allungate.
Ogni notte il ritorno è stato più lungo, il tempo del sonno si è ridotto mano a mano che mi suggerivo quasi inconsapevolmente di spostare in avanti il punto di svolta. Diverse notti fa, la curiosità che all’improvviso mi ha assalito per la fine del viale ha fatto sì che passassero delle ore prima di rendermi conto che il ritorno sarebbe probabilmente durato fino all’alba. Come se questo pensiero mi avesse assolto dal dovere di tornare, ho continuato a camminare, superando cantieri immobili, lunghi tratti di prato ai bordi della strada, file di villette con rare luci sulla facciata, saracinesche chiuse di bar di periferia, piccole stazioni sconosciute.
Dovrebbe già aver fatto giorno, forse anche molte e molte volte, invece la luce non è cambiata. Da tempo il cane mi ha abbandonato, attratto all’improvviso da un’ombra o da un gatto randagio; uno strattone mi ha fatto perdere la presa sul guinzaglio e i fischi ripetuti per richiamarlo mentre continuavo a camminare non hanno avuto alcun effetto. E tuttavia non mi sono fermato: il piacere del passo ormai sciolto e regolare, l’assenza di stanchezza e di sonno, il continuo mutare dei luoghi che attraversavo mi hanno spinto a continuare; per quanto mi sia apparso evidente che il tempo non corrispondeva più a quanto la mia percezione suggeriva, ho seguitato in questa passeggiata trasformata ormai in un vero viaggio. Così ho attraversato luoghi che non avrei immaginato esistessero nella mia città, ne ho visto sfumare i confini in un sempre più rado susseguirsi di binari, piccole case, distributori di carburante, orti coltivati. La strada porta da tempo ad attraversare distese brulle e deserte, per poi tornare a mostrare i bordi affollati di case e palazzi; o rivela burroni oltre il ciglio, o ancora un scogliera, un bosco, una fabbrica abbandonata. La segnaletica è cambiata, i colori che intravvedo alla luce caliginosa dei fanali sono diversi da quelli del mio paese, le scritte sulle targhe, sui cartelli e sui muri sono in lingue sconosciute. Se le nuvole che coprono il cielo invernale si squarciano per il vento in quota, vedo che addirittura le costellazioni hanno cambiato posizione; alcune sono scomparse, altre nuove mi si offrono alla vista.
Non avverto stanchezza, nessuna alba si annuncia, non vedo quindi alcun motivo per tornare indietro. Se mi fermo a pensare, se trascuro per un attimo di seguire con la mente il ritmo del mio passo, mi viene in mente che ormai la cosa più sensata è raggiungere un parcheggio di taxi, una fermata di autobus e usare un mezzo per affrontare il viaggio di ritorno, non più percorribile a piedi: istinto e ragione concordano nel farmi continuare. In questi momenti in cui penso nel modo più consueto, quello delle ore di luce accesa o tagliente, calcolo che devo essere in cammino ormai da quasi un anno; la cosa non mi turba per nulla, né mi induce a pensare a fermarmi.
Attorno, si allungano verso l’alto le facciate buie di altissimi edifici, la strada è diventata come il fondo di un crepaccio, fra quelle pareti ripide la cui sommità si perde nella foschia del cielo notturno; il nastro di asfalto si allunga fin dove posso vedere, nessuna luce indica una fine. Chiudo ancora un altro bottone del giaccone, accendo l’ennesima sigaretta, cambio leggermente il passo – che sia ancora più lento e regolare – mi dirigo con l’atteggiamento distratto e noncurante di sempre verso un punto immaginario che colloco nel pensiero molto al di là dell’orizzonte scuro che mi sta davanti.

Spina

8 novembre 2014 § Lascia un commento

E’ stato tanto tempo fa che il ricordo è ormai così vago da scivolare nell’irreale; eppure, se faccio un certo movimento con le dita – un movimento non consueto, come per accavallare medio e anulare – la sento pungere ancora. E’ un piccolissimo dolore, così discreto da suscitarmi quasi un sorriso, riportandomi al brevissimo tempo in cui avevo tenuto fra le mani quel fiore fragile. Si era chiuso a sera, poi, ritroso, nascondendomi con pudore stami e corolla, a proteggere se stesso e a proteggere me dal suo profumo, ma lasciandomi sul dito una microscopica goccia di sorprendente rosso. L’ho lasciato a lungo, disseccato ma con i colori quasi intatti, fra le pagine di un libro caro; rimettendolo fra le parole che leggevo, se scivolava via, dopo averne soffiato lontano i frammenti staccati. Quando si è del tutto disfatto, e ne è rimasto solo un breve gambo scuro, gettandolo via pensai con dispiacere che l’avrei dimenticato. Ma la microscopica punta di spina che è rimasta sotto la pelle della mano, per quanto sia solo una porzione infinitesima di quel delicato insieme di petali, foglie, pistilli e grani di polline, è entrata a far parte di me, e, di tanto in tanto, mi ricorda che qualche parola che mi capita di dire, qualche pensiero che passa nella mia mente distratta, nasce da quel momento lontano e lieto.

Sorrisi

8 novembre 2014 § Lascia un commento

Frenò con decisone e sicurezza sull’asfalto bagnato, arrivando veloce sulla strada davanti al terminal. Non scese dall’auto, si limitò a inclinare la testa per guardare meglio dal finestrino e ad aprire la portiera del passeggero. Ciao dissi. Ciao. Sulla strada, non dicemmo nulla. Degli sguardi, sì, ce li scambiammo. Io più lunghi e frequenti, lei rapidi e come severi, distogliendo appena gli occhi dalla strada deserta sulla quale era concentrata per reggere la forte velocità. Asciutta, scura, i capelli ricci cortissimi e tagliati quasi casualmente. Piccole rughe attorno agli occhi, un viso senza trucco se non una sottile linea nera a contornare le palpebre. Gli spigoli prevalevano sulle curve. Jeans infilati nei pesanti anfibi, ma una camicia leggera, avana, con un disegnino rosso sulla tasca. Ci infilò sopra con disinvoltura un giaccone pesante di cuoio grasso appena scesa dall’auto.
Più tardi disse: adesso so quasi tutto. Dimmi il resto. Vorrei che rimanessi.
Io non so ancora quasi nulla. Non ho ancora visto il tuo sorriso.
Mi mostrò i denti regolari, piccoli, schiudendo le labbra in una linea leggermente sghemba, ironica si sarebbe detto. E’ raro, il sorriso, disse, ma ci sta, adesso.
Le dissi l’essenziale in poche frasi, contagiato dalla sua laconicità, o forse accettando un patto. Sembrò valutare per qualche minuto le mie parole, poi ripeté: vorrei che restassi. Ho il frutteto da irrigare, aggiunse, prima di sera. Ci metterò un’ora scarsa, continuò mentre infilava gli scarponi, chiudendo poi il giaccone fino all’ultimo bottone.
Resto, certo, dissi. Non sono venuto per fermarmi un’ora.
Intendevo un’altra cosa, dicendo restare, mi rispose con lo sguardo fermo. E’ una proposta.
Inconsueto, farne dopo così pochi momenti.
Il tempo non ha significato, io ho a che fare con altri ritmi e lo so. Importa quello che c’è dentro.
Mi consentirai di pensarci.
Hai la mezz’ora dell’irrigatore.
Ancora, sorprendentemente, il sorriso un po’ sghembo; ironico, avrei detto.
Scherzo, puoi pensare quanto vuoi. Ascoltarti. Per me è un’idea buona, considera anche questo.
Quando la raggiunsi nel frutteto, prima di un’ora, Hai pensato, disse, accendendo la sigaretta. Non c’era interrogazione nella frase. Mi porse il pacchetto, una sigaretta estratta per qualche centimetro.
Imparai a fare gli  innesti, a riconoscere le erbacce, a usare i concimi. L’affanno che i primi tempi mi prendeva quando facevo un lavoro appena più faticoso scomparve dopo poche settimane, anche se continuavo a fumare, come lei. Fumavamo soddisfatti dopo avere rifatto una recinzione o  ripulito la stalla, emettendo delle volute pigre che si raffreddavano nell’aria gelata.
A sera, leggevamo o guardavamo un film. Non commentavamo mai, non discutevamo. Ci si limitava a rileggersi reciprocamente a voce alta, all’improvviso, un passo significativo. O a tornare a vedere una scena che aveva colpito uno dei due.
Dormivamo sempre lontani. Ma a volte una mano o un piede toccavano l’altro. Aprii  gli occhi, una di quelle volte. Fu la volta che vidi uno dei rari sorrisi sghembi.
Dopo un’estate torrida, quando infine tornò l’autunno avevo contato sette sorrisi. Glielo dissi, e ne ottenni un ottavo.

The Man Who Sold The World

8 novembre 2014 § Lascia un commento

E’ semplice, mi creda.
Mi spieghi bene, allora.
Sì, bastano pochi calcoli elementari. Quando i debiti sovrani di tutti i paesi si sono rivelati non esigibili, il loro valore è crollato così in basso che chi aveva fatto investimenti accorti e disponeva di abbastanza liquidità ha potuto comprarli per intero.
Quindi mi sta dicendo che lei possiede tutto il mondo e che è disposto a venderlo?
Certo! Ma non solo. Le dico che lei e almeno altri quindici come lei – industriali russi del gas, capicartello colombiani, celebri attori di serial e calciatori , e ovviamente, CEO di grandi gruppi dotcom – siete in grado di comprarlo.
E che vantaggio ne avrei? Quanto rende l’investimento?
Be’, sicuramente va cambiata un po’ la mentalità… non si potrebbe misurare la resa in termini tradizionali, se non altro perché mancherebbero i termini di confronto. Ma provi a immaginare: lei ama la tranquillità? Potrebbe sfrattare tutti gli abitanti e disporre di un intero continente per le sue passeggiate solitarie.
Oppure costruire su superfici illimitate… Io amo l’architettura moderna…
Vedo che ha afferrato. Mi faccia sapere, allora. Tenga presente che concluderemmo in breve: le assicuro, ci sarebbero poche formalità, le carte il mio staff le ha già preparate.
Sì, bene. Ma… una curiosità: cosa se ne farebbe di tutto il denaro che le farei guadagnare acquistando?
Mi permetta di essere riservato, la prego. Visto che intravvedo un accordo, però, posso accennarle qualcosa. Vede, il mercato non si esaurirebbe: le vite resterebbero in vendita.

(title: thanks to Nirvana, again)

Esseri

8 novembre 2014 § Lascia un commento

Ogni giorno se ne scoprono di diversi. Questi sono quelli di oggi.
Uno vive negli spigoli interni dei cassetti, nel grumo piumoso di polvere che le frettolose pulizie – in genere uno scuotimento mentre li si rovescia – non riescono mai a fare andare via; ha forma di microscopica stella marina, ma liscia, grigia, pigra. Un altro percorre con le molte zampe le cuciture dei vestiti, senza mai allontanarsi dal sentiero dell’impuntura; lo si vede facilmente, è rosso vivo, anche se la continua vibrazione delle piccole elitre lo rende diafano; se incontra un punto più grosso o un piccolo groviglio di filo, lo divora. Altri ancora galleggiano nei bicchieri rimasti pieni dopo una festa; acqua, vino o altro non importa: squamosi come piccolissimi pesci, al contrario di questi, parlano insistentemente fra loro; il bisbiglìo lo senti come vibrazione solo se sfiori il vetro mentre lo toccano anche loro. Infine, quelli fluidi, azzurrini, che scompaiono appena li guardi, scivolando nelle giunture dei marmi o nelle scanalature e nelle crepe delle pareti; lasciano una traccia oleosa che però si secca presto, si screpola, va via in scaglie al primo soffio d’aria.

Lanterne

8 novembre 2014 § Lascia un commento

Accadeva ogni sera. Nel silenzio immenso della valle, senza che si potesse prevedere  un luogo, un tempo preciso, comparivano fra le rocce delle due sponde,  immobili. Passava poco tempo, prima che la lanterna che ciascuno portava emettesse un primo bagliore, dallo spegnersi lento e morbido. Dall’altra parte del fiume altre lanterne rispondevano. Ma non era un codice: nessuno di quei lampi sommessi corrispondeva a una parola, a una sillaba, a un pensiero. A un sogno, forse.
Non era neanche un dialogo, benché tutti attendessero rispettosamente che il bagliore di fronte a loro si fosse spento, prima di emettere il loro.
Eppure chi li guardasse avrebbe colto armonia, significati. O piuttosto li avrebbe immaginati, ché nessuno di quegli esseri leggeri, composti, eleganti che abitavano la valle aveva mai comunicato con alcuno.
Così, c’era chi vedeva nella successione degli scambi di luce un impetuoso crescendo, e chi, nello stesso momento, vi leggeva un augurio, un saluto, una tessitura. Li si andava a guardare, con la discrezione che la loro discrezione imponeva, come si guarda un cielo stellato e vi si immaginano forme, presagi, oracoli.
Ero bambino, allora. Adesso la valle è deserta da tempo. Gli esseri impassibili che l’avevano abitata per un momento che sembrava non dovesse avere fine, per motivi sconosciuti l’hanno lasciata. Né sono ricomparsi in altri luoghi. Ci torno ogni volta che posso, però, illudendomi, senza crederlo davvero, che quel riflesso di stella sull’acqua, quel guizzo di pesce luminoso, quel residuo di fuoco di pastori siano il segno di un ritorno.
Dopo anni di lunghi percorsi notturni fino alle rocce, sempre uguali e sempre inutili, stanotte ho cambiato qualcosa nelle mie abitudini. Sono arrivato alla sella dove ho visto il primo lampo accendersi, in un tempo che fatico a ricordare. L’aria è fredda, porto un mantello pesante con un ampio cappuccio. Da sotto estraggo la mia lanterna. Immobile, ascolto mentalmente una musica a me cara. Quando una nota gentile o un accordo toccante me lo suggerisce, accendo la debole luce. E il tempo che impiega a brillare e a spegnersi in un lungo sospiro è il tempo di un’attesa grata, pacifica, eppure emozionata. So che un altro lampo illuminerà la sponda opposta.

(Lo trovarono appoggiato a una roccia, il mantello aperto, tra le mani un’antiquata lanterna. Non aveva addosso alcun segno che dicesse chi era stato. Un lieve sorriso gli piegava le labbra).